Facebook in versione horror

Facebook in versione horror

Che mondo sarebbe senza Facebook?

Si stava meglio, quando non potevamo fare a meno della Nutella.
Sì, perché quella a cui assistiamo quotidianamente grazie a Facebook è la morte della nostra lingua. E questa non vuole essere una critica al social network più famoso nel mondo. Anzi.

Facebook ha grandissime utilità, soprattutto nel favorire relazioni e contatti da un capo all’altro del mondo. Poi è senza dubbio comodo e rapido per le comunicazioni, per la creazione e gestione di eventi, ecc.
Poiché al centro di Facebook ci sono i suoi utenti, il sito permette a ciascuno di noi di avere una pagina personale, su cui pubblicare musica, foto e soprattutto opinioni.
Su ogni profilo personale, infatti, c’è un riquadro (che Facebook chiama “stato“) in cui ogni utente può esprimere il proprio pensiero, rispondendo (su suggerimento del signor Mark) alla domanda: “A cosa stai pensando?

QUI COMINCIANO I GUAI

Al di là di imperdonabili errori grammaticali di ogni sorta e di ogni tipologia, ci sono delle caratteristiche comuni, che mi sento di definire “tendenze“.
Quello che segue è un periodo, inventato al momento, che racchiude tendenze trovate qua e là sul sito:

“E POI esci di casa e fai shopping. #TOP adesso si prospetta una bella serata #SAPEVATELO”

Perché iniziare una frase con “E poi“, che invece dovrebbe seguire qualcosa che si è già detto in precedenza?

Tutto questo non è top e non fa ridere.

La nostra lingua è l’unico strumento per conservare la nostra libertà intellettuale e la nostra identità. #SAPPIATELO !

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Diario di un giorno di pioggia

Inequivocabili segni della pioggia:

– città imbottigliata in un traffico perenne

– incremento improvviso dell’inquinamento acustico

– aumento esponenziale del commercio (ambulante) di ombrelli

– Inappagabile desiderio di condividere su Facebook il noto brano di Jovanotti “PIOVE”

– concreta impossibilità femminile di gestire il cuoio capelluto

Ma vossignori, non mi staranno mica rompendo ercà?

Ti voglio bene, Stevie!

I mitici attori delle pubblicità si svegliano al profumo del caffè. Magari portato a letto, insieme ad un burroso croissant.
Nella realtà questa magia non esiste.
Per esempio, il mio odierno risveglio è avvenuto a suon di musica, di conteggi e di strani arrangiamenti musicali.
La mia sveglia oggi ha suonato così:
” 1, 2, 3 isent sci lovliiii; 1, 2, 3″.
Qualcuno nel mio palazzo stava ripetendo passi di uno strano ballo, a metà tra foxtrot e jive.
Almeno questo è ciò che ho potuto immaginare.
Vittima innocente e inconsapevole di questo scempio sonoro, il povero Stevie Wonder.
Io, nel mio piccolo, mi sento di dire:

“I’m sorry mister Wonder and I love you.”

Cielo cielo, terra terra

Questo giugno travestito da novembre sta cambiando le abitudini di tanti. Le zanzare, per esempio, più sensibili alla temperatura che al calendario, non sembrano affatto volerci abbandonare. Del resto è comprensibilissimo, essendo legate a ciascuno di noi da un vero e proprio patto di sangue. Ma anche i banali esseri umani non restano indifferenti a questa tropicale congiuntura meteorologica mentre, compiaciuti, organizzano all’aperto tutte quelle piccole e grandi feste autunnali solitamente da salotto. Ecco allora scatenarsi la fantasia degli addobbi, con vere e proprie sculture di palloncini gonfiati a elio a farla da padrone.

In vista di una grande festa en plein air, per dirla come la dipingerebbe un impressionista, anche io mi sono aggirato per la città in cerca di una bottega che potesse venire incontro alle mie volatili necessità: 10 semplici palloncini variopinti da legare per terra e librare nell’aria; 10 pennellate di colore nell’azzurro cielo barese; 10 sbuffi di aria leggera in fuga verso l’infinito.

Entusiasta di aver trovato il negozio che facesse al caso mio, ne ho varcato la soglia con un bel sorriso. Ma la falce dentata stampata sul volto della pingue commessa che mi ha accolto ha immediatamente declassato il mio sorriso a una stiracchiata smorfietta.

“Deesiiiideeraaa?”

“Buongiorno. Vorrei 10 palloncini gonfiati a elio”

“Per una feeestaa?”

Avrei voluto rispondere “No, da tenere in bagno per risollevarmi più agevolmente dal gabinetto”, ma mi sono limitato a un assai più banale “Sì”

“Di che coloooree?”

“Variopinti, grazie”

“Provveeedoo suuubitoo”

E così, come un sommergibile, la commessa si è inabissata dietro il bancone. Mi sono ritrovato completamente solo, nel bel mezzo di una strana festa silenziosa che non mi apparteneva, tra festoni che inneggiavano a fantomatici “Roberto” e “Valeria”, tovaglie fantasia da attacco epilettico e biglietti di auguri per chi compie gli -anta e che, per mia fortuna, ho finora al massimo autografato, ma mai ricevuto. Non so se ci avete mai fatto caso, ma raggiunti i 70 anni a passo di dècade, i biglietti augurali tendono a infittirsi, 75, 80, 85, 90, 91, 92, e così via, sempre più rassomigliando nella veste grafica ai manifesti funebri.
Benché assorto in tali estremi pensieri, con la coda dell’occhio colsi il manifestarsi di uno spettacolo sconvolgente le leggi della fisica e del buonsenso comune. Da dietro il bancone, come una mongolfiera in solenne marcia ascensionale, la pingue commessa si elevava, trainata verso le altezze dai miei 10 palloncini. E, cosa impensabile se non l’avessi vista con i miei occhi, il suo sorriso riemergeva ancora più inarcato del precedente, quasi come se avesse legato due palloncini agli angoli della bocca deforme. Ci è voluto poco perché si issasse fino alla sua statura normale, ben al di sotto della media. Tuttavia l’aura epica del gesto ha contribuito nel mio immaginario a dilatare infinitamente il momento, fino a una dimensione pressoché priva di tempo. Fu il falsetto della sua voce, gonfiata forse anch’essa a elio, a riportarmi al presente.

“Eeecco i suoi pallonciiinii”

Dall’eternità sospesa in cui persino il mio corpo è stato assorbito, ho sollevato la testa come farebbe un elefante africano ultracentenario. Il mio timore era quello di alzare lo sguardo e trovare i palloncini già sgonfi, stremati per lo sforzo sovrumano dell’elevazione della sorridentissima commessona. Povere creature! Sarebbero arrivati spompati alla mia festa. Tuttavia, per fortuna, parevano in ottimo stato, forse risollevati dall’idea che si sarebbero ben presto liberati dalla morsa di quella mano paffuta. E così è avvenuto. Ho abbozzato un sorriso imbarazzato, ho preso i sospirati palloncini e, recuperata anche la cognizione della mia esistenza, mi sono diretto verso l’uscita.

“Eh-eehm… sarebbero 15 eeeuroo”

Sia chiaro: non avevo alcuna intenzione di rubare i palloncini. Molto semplicemente, mi era passato di mente che nel mondo reale si usa il denaro. Evidentemente non ero ancora uscito del tutto dal limbo che avevo appena vissuto. Che imbarazzo! E io che mi consideravo una brava persona! Al che, per cavarmi dall’impaccio, ho sfoderato una delle mie uscite moraleggianti più brillanti:

“Signora, sono sinceramente stupefatto. Una donna di cielo come lei, che ai sogni dei bambini dà forma di palloncino e li lascia librare nelle atmosfere più alte si preoccupa di una questione così becera, così squallida, così – mi permetta di dire – bassa quale è il denaro.”

Poi, lasciandole sul bancone i (giustamente) reclamati 15 euro, ho aggiunto:

“La prossima volta cerchi di volare al di sopra di tutto ciò che è terreno. Cerchi di assomigliare un po’ di più ai suoi bellissimi e leggerissimi palloncini”

E così me ne sono andato senza più voltarmi, immaginandola per una volta non più sorridentissima ma a bocca aperta, sgonfiarsi a poco a poco come uno dei suoi più grossi, sorpresi e costernati palloncini.

I vicoli della felicità

I vicoli della felicità

Ci sono vicoli ciechi e vicoli felici.

Piccole stradine di cui non si intravede la fine, ma si immaginano le curve.

Ci sono vicoli stretti e con in terra “chianche” antiche. Così antiche, da raccontare storie.

Un bambino sulla bicicletta torna a casa; un panificio libera in strada odore di olio d’oliva e calore di pane appena sfornato.

I vicoli del centro storico profumano di felicità.