Latticini esotici e grammatiche basculanti

“Mamma, mi dai un pezzo di ricotta amazzonica?”

Stasera, con queste audaci parole, in una pizzeria del centro cittadino un bimbo affamato si rivolgeva alla sua mamma. La quale, evidentemente preoccupata più del corretto metabolismo che della correttezza lessicale del pargolo, rispondeva solerte

“Fammi finire di grattuggiarla e te la do”

Ebbene sì, la “grattuggia”, soggetta all’uso frequente, doveva aver perduto parte della sua efficacia, risultando ormai incapace di grattare via le ‘g’ di troppo. A proposito di doppie ‘g’, torniamo all’assaggio del formaggio selvaggio. Che sapore potrebbe mai avere una ricotta amazzonica? Quale ardita preparazione richiederebbe e come apparirebbe alla vista il prodotto finale? L’immagine che imperiosa mi è balzata alla mente è stata quella di una ricotta al galoppo che brandiva un minaccioso cucchiaio. Una ricotta dura, forte, oserei dire intrepida, di latte di cavalla senza mammella. A-mazon vuol dire, non a caso, “senza seno”. Le Amazzoni, infatti, avevano il costume di mutilarsi la mammella destra in modo da tendere meglio l’arco. 

“Ci metto un po’ di poppe?”

“Come, scusi?”

“Ho detto, ci metto un po’ di pepe?”

“Ah, ok, sì sì… mi scusi, ero sovrappensiero”

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