Inno per una parola preziosa: grazie

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Oggi è una giornata un po’ storta. E l’unica cosa che sento di dire è: GRAZIE.

Grazie a chi si sente sempre in diritto di correggere il lavoro altrui, pur non conoscendolo. Grazie, perché ci insegna la pazienza e ci ricorda quanto sia dura, e tuttavia fruttuosa, la strada dell’umiltà.

Grazie a chi dice “io”, invece di “noi”. Ci ricorda che l’unione non fa solo la forza, ma anche l’allegria. E che le formiche, insieme, spostano e trasportano grandi cose.

Grazie a chi ha bisogno di denigrare le novità, per restare nella codardia di chi non ce la farà mai. Grazie, poiché la sua pigrizia infervora il coraggio di tanti. E in tanti sanno guardare al futuro!

Grazie a chi ha paura di amare; a chi si nasconde dietro “ora non posso, ora è meglio così”. Grazie perché mi ricorda che l’unica cosa che conta davvero è condividere amore.

 Grazie a chi decide quando è il momento e quando no, perché mi risveglia e mi convince che il momento è ora. Che la vita, tutta, è adesso. E che adesso, in questa vita che scivola, ci vogliono più baci e meno paure.

Grazie a chi scappa e a chi ha sempre bisogno di strategie. Perché: “quando inizi a capire che tutto è più grande, c’era chi era incapace a sognare e chi sognava già”.

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Aylan, perdonami

La società dell’immagine che ti ha respinto, Aylan, oggi si interroga sulla opportunità di pubblicare la foto della tua morte.

Il mondo che non ti ha dato asilo, oggi piange perché all’asilo non ci andrai mai.

Per tutto questo, io ti chiedo scusa.

Aylan

Ti chiedo di perdonarmi per i tramonti che non vedrai mai, per i libri che non potrai mai leggere.

Ti chiedo scusa se oggi la tua morte ha aperto il grande dibattito sulla moralità: sciacallaggio o dovere di cronaca?

Perdonami, Aylan, se non ero lì.

Se non ti ho potuto salvare.

Come vorrei abbracciarti, baciarti, stringerti forte e riscaldarti.

Forse così, con il mio calore, potresti risvegliarti!

Perdonami, Aylan.

Perché abbiamo perso tempo a chiamarti “migrante”, “clandestino”.

E abbiamo dimenticato che sei un bambino, solo più coraggioso di tutti noi.

Io, al tuo posto, non mi perdonerei Aylan.

E adesso, non riesco a perdonarmi.

Su quella sabbia, dove ti sei addormentato, avrei voluto giocare con te.

Perdonami, Aylan.

Forse un giorno torneremo a giocare insieme.

Angela M. Lomoro