IL POTERE SUPREMO DELLE “TO DO LIST”

Sottotitolo: Perché le nostre vite sono determinate dalle liste di cose da fare

-----Il problema di avere (molte o alcune) cose da fare consiste, principalmente, nel ricordarsi di farle. Strumenti e sistemi di aiuto alla memoria si sono via via diffusi nel corso degli anni, sviluppandosi ed evolvendosi per rispondere alle esigenze di persone diversamente  (dis)organizzate.

Ultimamente è abitudine comune inserire le cose da fare in una lista, chiamata appunto “To do List” e disponibile in formato cartaceo o digitale, a seconda delle preferenze di chi sceglie di usarla.

Ho come l’impressione che inserire le cose da fare in una lista non aiuti semplicemente a ricordarle, ma sia una specie di monito e di invito costante a metterle in pratica. Non a caso, in queste liste, ci sono impegni di lavoro, scadenze da rispettare, bollette da pagare: tutte quelle attività, insomma, intese come “dovere” e quindi opposte al “piacere”.

Per riuscire a dedicarsi alle proprie passioni, allora, basta creare una “To do List” alternativa, che contenga hobby, desideri, numeri e nomi di persone con cui si vorrebbe condividere del tempo.

Probabilmente, davanti al potere supremo di questo tipo di “To do List” eviteremmo di fare ciò che solitamente facciamo: rimandare il piacere, arrendersi alla convizione che non ci sia mai tempo.

E’ vero: non c’è mai tempo, ma vale la pena tentare.

Nomicosecittà tenta con una “To do List” alternativa. Eccola: 

to do list

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Chatbot: i nuovi amici degli scrittori

Umanizzare la tecnologia è una missione tutta nuova che tocca ai “vecchi” scrittori. L’ho capito quando ho conosciuto i CHATBOT: intelligenze artificiali, sempre più presenti nei canali di comunicazione. Ecco come la penso.

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L’uso dei chatbot si sta diffondendo in maniera massiccia, in diverse parti del Globo. Sempre più aziende riconoscono gli enormi benefici derivanti dall’uso di queste intelligenze artificiali, affidando ai chatbot ruoli di prim’ordine nella gestione del Customer Service, dell’E- Commerce e altro.

I chatbot, è noto, sono robot, e come tali si comportano: sono instancabili, lavorano h24, rispondono immediatamente e contemporaneamente a più utenti. La loro “specialità” risiede, tuttavia, non nell’aspetto tecnologico, quanto nella dimensione “umana”.

I chatbot sono amici di tutti gli utenti con cui entrano in contatto via chat. Questa amicizia si fonda principalmente sul tramite scelto per creare l’interazione tra chatbot e utenti: il linguaggio.

Nulla rende più umani che parlare, scrivere, comunicare.

Ora, è chiaro che i chatbot sono tecnologie. Ma è anche vero che sono costruiti da umani, le cui competenze non possono essere solo di tipo tecnologico e informatico. C’è bisogno di creatività, di conoscenza della lingua, di umanità.

C’è bisogno, insomma, di quei vecchi e romantici mestieri messi un po’ al bando dalle nuove frontiere del progresso (la tecnologia in primis!) e dai nuovi orientamenti economici del mondo: c’è bisogno di scrittori.

Se è vero, infatti, che i chatbot hanno bisogno di sviluppatori per funzionare e sopravvivere, è anche vero che essi devono — prima di tutto — essere immaginati, creati ed educati da scrittori e creativi.

Attraverso l’uso dei chatbot, le aziende perseguono l’obiettivo di trasformare le conversazioni in conversioni. Per questo gli utenti devono essere interpellati con un linguaggio chiaro e divertente, amichevole ma non invadente.

Gli utenti devono credere che dall’altra parte del computer ci sia un umano, e non un bot.

Ecco, dunque, la nuova missione dei creativi: umanizzare la tecnologia.

Che riprendano le penne, i cari scrittori, e si rimettano in sesto: questo è un nuovo e splendido momento per tornare a creare.

Speravo in un bacio

Uno splendido tramonto e una coppia di anziani, intenti a guardarlo. Si conoscevano? Erano innamorati? Non possiamo saperlo, ma lo abbiamo immaginato. Ne è nato questo racconto, scritto a quattro mani da me e da Marco Napoletano. Non abbiamo stabilito una regola, né un finale. Abbiamo scritto una storia, a turno, continuando lì dove l’altro aveva finito. 

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– A che pensi?

– A niente.

– Ma come? Davanti a te c’è tutto questo e tu non pensi a nulla?

– No. Proprio perché ho questo spettacolo davanti ai miei occhi non ho voglia di pensare. Ammiro.

– A me invece fa pensare.

– A cosa?

– A tutto, a noi, a cosa abbiamo costruito insieme. Ai nostri figli e ai nostri nipoti.

– E sono bei pensieri?

– Beh, se non fossero belli non sarei qui con te seduta su una panchina a guardare il mare.

– Hai ragione. La gente ci guarda lo sai?

– Lo so. Quei ragazzi ci fissano come se fosse strano che una coppia di anziani possa ancora godersi certi momenti. Ma secondo te possono capire la bellezza di questi momenti?

– No. Assolutamente no. Io e te veniamo qui per tutto questo, loro no. Loro sono spettatori inconsapevoli.

– Credi che i nostri nipoti siano come loro?

– Non lo so. Non credo. E poi adesso non voglio pensare. Te l’ho detto no?

– Secondo me non sono come loro. Secondo me anche loro guarderebbero il mare e non gli darebbero certo le spalle.

– Me lo auguro. È impossibile non restare imbambolati da tutto questo.

– Sei sempre stato così. Ti conosco da 60 anni e non sei cambiato di una virgola. E ti amo per tutto ciò che sei.

– Grazie!

– Sapevo che avresti risposto così e non con un “Ti amo anch’io”.

– Mi conosci. Solo tu mi conosci così bene.

– Solo io ti conosco così bene e mantengo il segreto.

– Ah Ah

– Che c’è da ridere?

– Sei gelosa. Alla nostra età, sei sempre la solita gelosa.

– Io? Ma quando mai!

– La stessa risposta che mi davi quando avevi vent’anni. Allora sì che avevi ragione… mi guardavano tutte!

– Secondo me ti guardano ancora!

– Sì, i dottori mi guardano…

– No, le altre nonne ti guardano, quando vai a prendere Giulia dall’asilo.

– Hai ragione. Mi guardano, perché le mie camicie sono sempre perfette. Belle, profumate, stirate.

– Sarà per quello… Sta tramontando. Che dici, rientriamo?

– E proprio sul più bello dobbiamo andare via? Ti ho portata qui proprio per questo. Poi, quando bevi quel vino della vigna nostra, diventi molto romantica…

– Io non sono romantica. Sono coraggiosa, perché continuo a dirti che ti amo.

– E io sono onesto, perché continuo a ringraziarti.

– Ah, sei onesto? Però la prima volta che mi hai visto, che bella bugia che hai inventato con mio padre!

– Eh, sessant’anni fa… Cosa potevo dire? “Signor Giuseppe, io faccio il contadino e vostra figlia mi piace assai?” Così gli dissi che avevo un posto…

– Sì, un posto alle poste. Che fantasia!

– Evviva la fantasia. Se non era per quella, il mio vino chissà chi lo avrebbe bevuto!

– Hai ragione. Evviva la fantasia, e pure il vino. Che di quel colore solo tu lo sai fare. Quasi rosso, ma un po’ più che rosato. Che ti posso dire…È speciale.

– Guarda il sole, guardalo adesso.

– Ecco. È questo il colore del tuo vino.

– Ricordo perfettamente quando mi innamorai del sole. Ero ragazzino e aiutavo mio padre nel vigneto, ma all’improvviso lui si fermò, si tolse il cappello e si andò a sedere sul carretto. Era di spalle a tutti noi e lo guardava. Guardava il sole Sofia. Si voltò verso di me e fece cenno di sedermi vicino a lui, io lo ascoltai come sempre e rimasi folgorato all’istante. Dissi tra me e me, il mio vino sarà rosso come questo sole.

– Ed è esattamente così. Come questo nostro sole, Carlo.

– Lo dici solo perché mi ami.

– Lo dicono tutti. Il tuo vino è come te.

– Speciale?

– Sì, speciale

– Ho fatto bene a portarti qui.

– Perché?

– Hai appena detto che sono speciale e che faccio un vino speciale…

– Sì

– E a me serviva proprio un posto speciale.

– Per fare cosa?

– Per dirti che ti amo. Non te lo dico mai. Ma questo posto è speciale, questo sole è speciale. E tu sei molto bella.

– Ma…

– Schh.. Sei molto bella e io ti amo. Ecco l’ho detto.

– Grazie.

– Ah, mi prendi in giro?

– No, è che…

– Cosa?

– Vorrei proprio darti un bacio.

– Vuoi fare ridere quei ragazzini, eh?

– No, voglio darti un bacio.

– E io speravo in un bacio.