L’orologio del nonno

Sono passati 10 anni e solo adesso ho capito cosa voleva dirmi mio nonno, quel giorno, alla vigilia del mio trentesimo compleanno. Mi disse che aveva aspettato con cura quel momento, per donarmi un vecchio orologio per lui preziosissimo. A sua volta lo aveva ricevuto in dono da suo nonno ed era sopravvissuto a due guerre mondiali. Un oggetto pregiatissimo, insomma; non tanto per il suo valore economico, quanto per la storia, per i ricordi e per gli affetti che aveva saputo tramandare, di lancetta in lancetta, di minuto in minuto, per tre generazioni. Ero così emozionato di riceverlo. Ma allora non compresi ciò che mio nonno cercò di dirmi con quel dono. 

Adesso lo so. E ricordo con amore quella conversazione sotto l’ombrellone.

 

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– Si sta bene oggi, eh?

– Sì, c’è un bel venticello. Allora, come stai? Sei pronto a diventare adulto?

– Dai, nonno… Non ti ci mettere anche tu! Compio solo 30 anni, non cambierà nulla nella mia vita.

– Ma a 30 anni…

– Sì, lo so. Alla mia età tu avevi già sposato nonna e mia madre era già a scuola! Ma i tempi sono cambiati…

– No. Sono cambiate le persone.

– Che vuoi dire?

– Voglio dire che non è una questione di matrimonio o di lavoro. Io ero un militare e tu sei un giovane architetto. Hai appena iniziato e farai la tua gavetta, così come la feci io e tanti altri come me. Ti innamorerai anche tu…

– Non ho tempo adesso per pensare all’amore.

– Qual è il tempo per pensare all’amore?

– Mmm…

– Dico solo che ai miei tempi, come dici tu, non esisteva un tempo per pensare all’amore o un tempo per non pensarci.

– Non lo so… Non so quando e se mi innamorerò, so solo che adesso non ne ho bisogno, sto bene così.

– “Bisogno”…. che sensazione poco adatta all’amore. Ah… L’amore non si pensa, non si mette in agenda. L’amore si fa… e quando si fa, succede e basta.

– Nonno… per favore!

– Fidati di me. Non perdere il tuo tempo a capire quando è il tempo. La vita è solo una…

– Chissà, vedremo. Per ora so che domani finalmente riceverò il tuo orologio… lo aspetto da 30 anni! Non è che me lo regali, per dirmi che è arrivata l’ora di fare qualcosa, vero?

– Ma no. Però spero che il mio orologio ti guidi. Mi aiutò molto con nonna. Stava per trasferirsi al nord e la fermai giusto in tempo. Un minuto in più e l’avrei persa. Adesso non c’è più, ma non l’ho mai persa. Perché l’andai a prendere in tempo, grazie al mio orologio.

– Cioè? Cos’è questa storia? Non la conosco…

– Eh… non dovrei raccontartela, perché hai detto che non hai tempo di pensare all’amore. E questa una storia d’amore è!

– Dai!

– Tua nonna era una pazzerella… Mi faceva impazzire. Un giorno diceva che mi amava e il giorno dopo, nella piazza, nemmeno mi salutava. Mi diceva che lo faceva per me, che lei doveva andare al nord con la famiglia e non mi voleva spezzare il cuore.

– Hai capito nonna Aurora?!

– Eh, nonna Aurora la sapeva lunga. Sapeva come farmi perdere la testa fin da quando eravamo poco più che bambini…

– E quindi? Cosa c’entra l’orologio?

– Il giorno della partenza al nord era vicino, e io ero sempre più innamorato. Mi ero messo in mostra pure con suo padre, che conosceva bene la nostra famiglia. Sai, a quei tempi, era una garanzia conoscersi… Ma dentro di me mi ripetevo che non c’era tempo, perché ormai la partenza era fissata. Nonna Aurora stava per andarsene per sempre a Genova. Mi diceva che la dovevo dimenticare… E io piangevo come un bambino, al pensiero che lei avrebbe sposato un altro. Un marinaio, pensavo.

– Cattivella nonna Aurora. Non ti amava?

– Oh sì che mi amava. Me ne accorgevo perché faceva tutti quei dispettucci per farmi ingelosire, però mi voleva bene. E mi guardava per vedere se io la seguivo con lo sguardo. E la domenica dopo la messa, faceva il giro largo per venire al bar dove andavo sempre io. Mi amava, mi amava… Ma non lo sapeva. Faceva come te: aveva deciso che quello non era il momento, lo aveva stabilito lei con la sua testa.

– E poi cos’è successo?

– La notte prima della partenza sono andato sotto casa sua. Portai con me pure un amico che suonava il clarinetto nella banda di paese. Gli feci imparare a memoria una canzone che piaceva tanto a me e a nonna Aurora. Diceva “Parlami d’amore Mariù, tutta la mia vita sei tu”…

– Che romanticone, nonno! E non avevi paura del padre di lei?

– Un po’. Infatti, feci venire pure don Pasquale a dimostrazione del fatto che ero pronto a sposare Aurora e che ero un bravo ragazzo.

– Non ci credo, incredibile! Che storia… Perché non me l’hai mai raccontata?

– Aspettavo i tuoi 30 anni!

– Ma quindi?

– Il piano era aspettare Aurora fuori dalla porta di casa sua. Sapevo che doveva andare al porto alle 6 di mattina. Dalla sera prima andai a prendere il mio amico e don Pasquale e li tenni con me a casa nostra, perché avevo paura che non si svegliassero. Doveva essere tutto perfetto e noi dovevamo essere da nonna alle 5 e mezza.

– Che super piano!

– Ero talmente in ansia già dalle 9 di sera, così decisi di non guardare l’orologio. Il tempo non passava mai. Non ce la facevo più, allora guardai l’orologio. Le 6 meno 10.

– Ma come?

– Gridai come un pazzo, per svegliare quei due. E poi andammo di corsa sotto casa della nonna. Iniziammo a suonare e a cantare, svegliammo tutto l’isolato! Volarono secchi d’acqua… Ma niente, nessuno poteva fermarmi.

– E nonna Aurora?

– Nonna Aurora uscì con suo padre e disse: «Sei impazzito? E’ l’una di notte! Stai svegliando tutti, mi stai facendo fare una brutta figura». Allora guardai l’orologio, segnava ancora le 6 meno 10! Il mio orologio che non mi aveva mai tradito, si era fermato proprio quel giorno. Mi vergognai da morire, ma poi dissi: «Aurora non andare a Genova. Sposami».

– Una scena da film!

– Allora il padre mi guardò e disse: «A Genova? Chi deve andare a Genova? Te la facevo sposare, pure se venivi domani mattina»

– Cioè mi stai dicendo che nonna Aurora aveva inventato tutto? Che non sarebbe dovuta andare a Genova?

– Proprio così. Ma se lei non avesse inventato quella scusa e se il mio orologio non si fosse fermato, non avrei mai trovato il coraggio di sposarla! Adesso ci credi che mi amava…

– Sono senza parole, nonno. Ma sei sicuro che sia andata proprio così? E’ una storia incredibile, bellissima davvero. Dovresti scrivere un libro.

Ma mio nonno si alzò e andò a fare il bagno. Fu l’ultima estate che trascorremmo insieme. Io non ho mai voluto chiedere a mia madre se quella storia fosse vera. Quel che conta è che adesso ho capito perché mio nonno me la raccontò. Ho riaggiustato il suo orologio, anche se non lo uso. Preferisco osservarlo. Il tempo scorre sulle lancette e io non intendo aspettare che si fermi. Ho capito. Adesso ho capito. 

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La borsa di Valeria

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Nella borsa di Valeria ci sono le chiavi, il cellulare e il portafoglio.

C’è una lista della spesa, ma non ci sono i sacchetti. Anche oggi Valeria li ha dimenticati.

C’è la tessera del cinema nella borsa di Valeria. Cerca di andarci una volta al mese, dice che le sembra di viaggiare e di lasciare il mondo fuori.

A lei sembra così, ma il mondo lei lo porta sempre con sé.

In fondo alla sua grande borsa bordeaux.

Ci sono gli occhiali da sole nella borsa di Valeria. E anche quelli da vista.

Poi c’è un piccolo ventaglio, comprato a Barcellona.

Nella borsa di Valeria ci sono anche le chiavi.

Altre chiavi.

Quelle dell’auto, che non riesce mai a trovare al primo colpo.

E cerca, scova, affonda la sua mano.

E, dentro di sé, pensa: «Le troverò. La speranza è l’ultima a morire!».

Ha ragione.

Perché in fondo alla sua borsa, lei trova le chiavi.

E  la speranza, che è l’ultima a farsi trovare, ma anche l’ultima a morire.

Fino alla fine della corsa

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A volte mi sento frastornata e vorrei fermarmi. Vorrei che tutta l’umanità si fermasse un minuto. Solo un minuto a guardare.
A guardarsi.
A guardare se stessa, nei suoi tentativi così arroganti, e a volte ridicoli, di prevaricare sugli altri. Nel traffico, nella coda alla cassa del supermercato, perfino nella sala d’attesa del dentista. Perché noi abbiamo più fretta, più urgenza.
Vorrei che l’umanità di fermasse ad ascoltare il rumore dell’odio che passa attraverso le parole, la voce che usiamo per farci sentire più forte, i gesti. Perché la nostra opinione è più giusta, più opportuna, più vera. Ed è sempre indispensabile.


Ma le parole sono importanti. Perché lo abbiamo dimenticato? Come abbiamo fatto? La civiltà, fin dalle sue origini, ha saputo dare valore alle parole e ce le ha tramandate nei secoli. Noi, invece, le abbiamo trasformate in etichette, con cui categorizziamo e assembliamo le cose e le persone. Ormai indistintamente. I giovani, i migranti, ecc.
Come se tra quei giovani non ci fosse Angela che ama la musica e le poesie, e ha tanti difetti: per esempio è un po’ permalosa. E poi ci sono Roberto, Francesca, Luca. E tra i migranti c’è Mohammed, che da grande voleva fare il medico. Non è un numero identificativo. E’ una persona, con la sua storia, i suoi sogni.


La bellezza c’è, ne sono convinta. E’ proprio qui da qualche parte. E cerca di insinuarsi con fatica tra le nostre fragilità, le nostre profonde solitudini. La bellezza c’è, nonostante quel senso nauseante di noia e atarassia, derivante dalla velocità delle immagini e delle esperienze, dall’annullamento dell’attesa e della gradualità. C’è, nonostante quella stupida convinzione tutta umana di vivere da soli, di usare la solitudine non come momento di conoscenza interiore, ma come scudo verso l’altro.


E’ un po’ quello che scriveva Cesare Pavese, in una maniera sublime che non voglio parafrasare: «Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri».


Comunicare – altri. Ecco un ossimoro tutto nuovo e tutto moderno. Nella società della comunicazione, delle campagne, dei nuovi media, siamo davvero capaci di comunicare, cioè di entrare in contatto con gli altri?


A volte mi sento frastornata e vorrei arrendermi, annullare i pensieri, spegnere il cuore. Vorrei sorridere e commentare l’ultima puntata di Nonsoché, perché così è facile, così va bene e così si esce dal vortice delle emozioni e delle domande e della curiosità di guardare cosa c’è dopo. Cosa può esserci ancora, dopo le cadute, le delusioni, l’abbandono.


Ma proprio non ci riesco. Fosse anche la mia ultima convinzione, me la porterò fino alla fine della corsa. Da soli non siamo nulla, e mai lo saremo.