Cin cin, il monologo

img_4632

Illustrazione di Giuseppe Fanelli

Io non so nulla del mondo. Non conosco la storia e non m’intendo di politica.

La musica? Ne ascolto parecchia, senza distinguerla.

La cucina mi interessa poco e lo sport, oh per carità!

Io non so nulla del mondo, ma se c’è qualcosa che conosco, ecco: sono gli umani.

Grandi, bambini, femmine e maschi. Colori, capelli, tono di voce.

So tutto di loro.

Il nostro è un incontro breve, ma intenso. Sono un tipo dolce, delicato, ma so essere anche molto frizzante! Insomma sono uno che piace un po’ a tutti. Cerco di non scontentare nessuno, anche se a volte qualcuno sembra chiedermi troppo. E si attacca, oh quanto si attacca!

La mia grande abilità si manifesta nel tempo di un respiro: in meno di un minuto ascolto segreti, raccolgo desideri, riconosco paure e amori.

Ah, gli umani! Alcuni mi abbracciano, mi stringono; altri mi guardano più timidi. Sì, ci sono anche quelli che mi cospargono di lacrime. Le versano, le riversano, mi versano!

In alcuni giorni, la mia vita è molto movimentata. Mi piace, tuttavia! Il rumore squillante che fa, le risate, le belle parole. E gli applausi. Ce ne sono spesso.

Quanto vivo? Molto poco, ve l’ho detto. Il tempo breve di un “cin cin”.

Cosa ci guadagno?

La speranza. Non è forse quella che tiene in vita tutti?

Sì tutti. Anche un brindisi come me.

 

Annunci

Letterina di Natale

Caro Babbo Natale, Gesù bambino e David Bowie,

sarò breve, perché so che non amate chi si ricorda di voi a pochi giorni dal Natale e perché immagino che abbiate già migliaia di richieste da valutare ed eventualmente esaudire.

Dunque non chiederò cose miracolose (una macchina del tempo, una vittoria al superenalotto) né magiche (un viaggio a Cuba, un appartamento a Parigi).

Vi chiedo qualcosa di magico, miracoloso ma anche realizzabile, dal momento che contempla l’intervento congiunto di più fattori: i vostri superpoteri e un po’ di collaborazione umana.

La pace nel mondo risponderebbe a questa definizione. Tuttavia non credo di essermi comportata in maniera così impeccabile da poter chiedere una cosa così grande e straordinaria, sebbene io la desideri fortemente. (La affido, comunque, al vostro buon cuore).

Credo di essere brava, ma non sono sicuramente perfetta. Quindi ho individuato una richiesta che possa far felice me, senza mettere in imbarazzo voi.

Caro Babbo Natale, Gesù e David Bowie,

vorrei che il mondo fosse invaso dalla tenerezza.

Il mio desiderio è che la tenerezza scenda come una pioggia improvvisa e fortissima e nessun ombrello riesca a fermarla. Che si diffonda come un virus e gli esseri umani, dapprima impauriti da eventuali  effetti indesiderati, si rendano presto conto dei suoi meravigliosi benefici, come ascoltarsi, accogliersi, abbracciarsi.

Vorrei tenerezza sui monti, nel cielo e tra i fiori. In particolare vi chiedo un impegno formidabile per trasformare il mare in una culla di tenerezza, pronta ad abbracciare tutti i viaggiatori, i loro sogni e le loro speranze.

Vorrei che il mondo intero fosse “affetto” da questa inattesa e bellissima tenerezza, e che non ci sia più tempo per costruire barriere, ma solo per amarsi.

Senza paura. Con tenerezza.

Potete accontentarmi?

Sì – No – Forse

Grazie

Buone Feste!

 

 

MICRORACCONTI SENZA NOME, #15

senza nome 15

«Ah povera me, ah perduta me! Morirò d’amor…».

Come ogni mattina, Elsa salutava il nuovo giorno con i suoi lamenti d’amore.

Oh come piangeva e sospirava quella grande quercia dal cuore tenero!

Il suo amore a intermittenza durava come dura il buio. L’estate, il tempo della notte; l’inverno, qualche ora in più.

Il suo innamorato era vecchio quanto lei. Alto un po’ meno di lei, ma elegante, robusto e dallo stile inconfondibile.

Si erano conosciuti e innamorati in una notte gelida, quando la città fu cosparsa da un’abbondante e inattesa nevicata.

I due iniziarono a raccontarsi della loro vita, offrendosi pensieri e ricordi di bambini. Chiacchierarono, risero e flirtarono fino a quando lui si spense, all’improvviso. Divenne buio e muto, e non rispose più per qualche ora.

Poi si riaccese e fu di nuovo amore.

All’inizio la povera Elsa si disperava, e piangeva e non capiva.

Poi comprese. E da allora, ogni notte ama e ogni mattina piange:

«Oh povera me! Perché mi sono innamorata di un lampione?».

È giusto cancellare le parole?

Il presidente Usa, Donald Trump, ha deciso di “cancellare” alcune parole, vietandone l’uso alla massima autorità sanitaria statunitense: il Center for Disease Control and Prevention.

Le parole incriminate sono: vulnerableentitlementdiversitytransgenderfetusevidence-basedscience-based (vulnerabile, diritto, diversità, transessuale, feto, basato sulle evidenze, basato sulla scienza).

parole

Al di là delle “evidenze” oggettive, mi pare lecito chiedersi se cancellare una parola come “diritto” non significhi, in fin dei conti, cancellare anche il suo significato. In un’epoca storica in cui la comunicazione è al centro delle nostre vite quotidiane, seppure in maniera distorta e spesso virtuale, è davvero una buona idea cancellare alcune parole?

Il gioco potrebbe diventare “virale” e, forse, “pericoloso”. Ognuno di noi, infatti, avrebbe il diritto (ops!) di candidare le proprie parole da cancellare, sulla scorta di idee politiche e perfino in base all’umore del momento. Io, ad esempio, potrei voler cancellare le parole che insultano, specie quelle che generano offese xenofobe, sessiste e omofobe. E probabilmente, ma è una ipotesi non basata sulla scienza (ops!), sarebbe interessante poter cancellare alcune parole, se questo servisse ad eliminare il carico semantico che rappresentano, il significato di cui si fanno segno.

Ma in tutta questa storia c’è qualcosa che non convince, e anzi, dovrebbe spaventarci. La stessa idea di cancellare un fenomeno o una realtà, attraverso la parola che li descrive, è una magia terrificante. E questo non solo per il viaggio meraviglioso che le parole hanno fatto nei millenni, per le lotte che hanno combattuto (perdendo e vincendo), per il talento che hanno concesso a molti di noi e per l’abilità che hanno donato a tutti noi di poter entrare in relazione con i nostri simili e con le cose del mondo. Non è, infatti, spaventoso questo nostro potere di cancellare qualcosa a nostro piacimento, solo perché non la accettiamo e non la comprendiamo? Non è infatti orribile quel vuoto determinato dallo “spostare” parole-fatti che ostacolano la nostra visione del bello e del giusto?

In questo senso molto ci ha già insegnato la storia. E se è vero che spesso trascuriamo la lezione del passato, è anche vero che farsi delle domande può essere un modo per ripartire.

Ed ecco allora la domanda iniziale: è giusto cancellare le parole?

Noi siamo qui, all’alba del 2018. E ci siamo arrivati attraverso il boom economico e poi la crisi, l’inflazione, il capitalismo malato, le guerre e i risorgimenti e poi di nuovo le guerre, civili, religiose, sanguinarie. Il nostro horror vacui ha riempito il mondo di tutte le cose, spesso distribuendole male, e creando una divisione tra chi ha e chi non ha; tra chi ha troppo e chi ha poco. E, davvero, di tutte queste cose vogliamo disfarci proprio delle parole?

Perché? Ci fanno paura, forse? Sono un’arma quando feriscono e un volano di potere quando uniscono. Allora qualcuno decide che forse potremmo privarcene, e stila una prima lista. Poi cosa succederà? Ci saranno altre parole “scomode”, “brutte”, “non utili”?

Come sempre, è difficile trovare una risposta, ma c’è sempre un’alternativa: ripartire dai noi stessi. Non privarci delle parole, ma imparare ad usarle con cura e con amore. Educarci a praticare bellezza e umanità, anche e soprattutto attraverso le parole.

Come conclusione personale, mi piacerebbe aggiungere che “diversità” è senza dubbio una delle più belle parole in tutte le lingue del mondo, perché è prezioso il significato che veicola. La diversità è un tesoro enorme di cui abbiamo tanto bisogno, adesso come non mai.