Era meglio “tanti auguri”

Sottotitolo:

Di come ci complichiamo la vita sulle chat “veloci” che dovrebbero semplificarcela

era meglio tanti auguri

Qui cerco di spiegare perché a volte (quasi sempre) è davvero meglio scrivere un semplice “Tanti auguri”, piuttosto che rientrare in una delle seguenti categorie.

Gli armadi ringraziano chi visualizza e non risponde

Ma anche i cani, gli addominali, le piante del giardino, la pasta sfoglia in procinto di scadere, l’album dei ricordi. E tutti gli “oggetti” con i quali ci distraiamo, quando abbiamo mandato un messaggio – il messaggio della vita – questo è stato visualizzato (con tanto di inequivocabili spunte blu), ma niente. Non succede nulla. L’operatore ha confermato che la linea è ok, che non ci sono disagi in nessuna zona d’Italia e d’Europa, ma nulla. Il cellulare è stato spento e riavviato, la chat aggiornata. Ma nulla. Nada de nada. Arrivano mille notifiche, ma non la notifica – quella della vita. È trascorso il tempo del lavoro, della palestra, del sonno, della doccia, della passeggiata e nulla. La risposta non è arrivata, non arriverà e anche il battito cardiaco inizia a rallentare.

Il dono (sconosciuto) della sintesi

Semplicemente, per non essere prolissi, per appellarsi al succitato talento della sintesi, se mi hai mandato una nota vocale di treminutiesedicisecondi (che già mi sono stancata a dirlo), non facevi prima a chiamarmi?

“Io vorrei… non vorrei…. ma se vuoi….”

Cosa vuoi? Qualunque cosa tu voglia, dimmelo. Senza giri di parole, senza perifrasi (mi leggerei la Divina Commedia, se ne volessi e con il tuo permesso). Insomma, dimmi perché scrivi e cancelli e poi sei offline e poi riemergi e poi scrivi e cancelli. Dimmi perché piangi. Spero di felicità. Scrivi, pure. Non temere. Scrivi e basta, senza riferimenti a fatti-luoghi-persone-paesi-secoli-neisecolideisecoliamen.

Geroglifici 2.0, un po’ fake (perché quelli egiziani costavano troppo!) 

Stas esco, xké sto un po’ così, nnt di ke poi cmq ti spiego bn. A dp!                                                   E ci credo che dovrai spiegarmi parecchie cose. A me e a una commissione di esperti che avrò riunito nel lasso di tempo che  va da adesso a quel “dp” di cui parli. Magari ci racconterai di quando, in passato, invece di comprare le vocali in quel famoso quiz televisivo, te le sei vendute neanche fossero case al mare. Ma comunque, sempre e comunque: Allegria!

Alla salute (mia e del mio psicoterapeuta)

Un’ultima cosa. Se hai bevuto, non guidare. E non scrivere neanche messaggi!

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Giovinezza, vecchiaia e altri qui pro quo

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Allora, le cose stanno così: in questi giorni, una serie di eventi bizzarri ha reso quanto mai manifesto ai miei occhi lo scorrere inesorabile del tempo. Che non è un verso poetico, ma proprio una realtà fatta di piccole cose: tipo un sonno estremo in più momenti della giornata, piccoli e numerosissimi capelli bianchi aizzati a spina e la domanda davanti allo specchio – tremenda, credetemi – “Ma posso vestirmi così alla mia età?”.

Insomma è successo che io, pur mantenendo salda la mia gratitudine per avere un viso più o meno uguale a quello di quando usavo una bicicletta con le rotelle, mi sia resa conto che si invecchia davvero. Possiamo dirla in tanti modi: si cresce, si diventa più maturi, si invecchia. Qui le parole arrivano allo stesso punto: il tempo passa, i giorni passano davvero e noi li consumiamo aspettando qualcosa. E questa è la migliore delle ipotesi. Non voglio, infatti, considerare i rimpianti e quella detestabile protasi che torna spesso alla ribalta nei nostri discorsi: “Se potessi tornare indietro…”.

Attenzione! La vecchiaia non è un problema (si leggano il “Cato Maior de Senectute” di Cicerone o alcune pagine bellissime di Seneca), a una condizione.

Dovremmo vivere come le canzoni.

Adesso spiego perché, ma vi prego: non sentitevi vecchi!

1) IL TEMPO VA, PASSANO LE ORE

E finalmente faremo l’amore. Ma lo fareste ancora, se vi dicessi che questa canzone nel 2018 ha spento la sua ventesima candelina? Era il 1998 quando il giovanissimo Alex Britti ci regalava questa hit da falò e baci in spiaggia. Cioè avevate (avevamo) 20 anni in meno ed eravate (eravamo) una rivisitazione più mediterranea e balneare de”I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte”. Ops…

2) EVERYBODY, YEAH

Qui era tutta roba di capelli cerati, sguardi magnetici, caricatori di ormoni e dozzine di migliaia di ragazzine pronte a strapparsi i capelli per i 5 boys di Orlando. Ah, tra queste c’ero anche io. E non credete che il fatto che conoscessi a memoria “Tell mi uai, i naffing bat a mistek, tell mi uai”, mi abbia deprivato musicalmente, impedendomi di esplorare e ammirare altri scenari, tipo altri ragazzi… quelli di Liverpool.

3) L’EVENTO

68461473408353.jpgNon ditemi che quando avete letto della reunion delle Spice Girls non ci abbiate fatto un pensierino… non vi credo! In questo caso parliamo del marketing prima del marketing: il camper, il docufilm, i soprannomi, i look personalizzati e le caratteristiche diverse per ognuna delle ragazze speziate della band. E non c’erano le storie di Instagram. Un piccolo dettaglio da non trascurare per noi trentenni.

4) DAWSON HA LE RUGHE

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Ce le ha e le ha messe pure in mostra nella foto con la sua “comitiva”, in copertina su una rivista. E va bene così. E io ho subito pensato che, quando guardavo Dawson’s Creek, andavo al liceo e traducevo bene/male molte versioni di greco, a seconda che Joy e Peacey avessero litigato o si fossero amati.
Forse non è cambiato proprio nulla. Ho ancora una voglia incredibile di sapere cosa succederà e, SOPRATTUTTO, non ho mai imparato cosa dice il primo verso della sigla. Ma come quale? Quello che fa: “anauanawayyyyyy”

5) UN DOLORE MONDIALE

Dolores O’Riordan non c’è più, il mondo ha perso una voce inconfondibile e bellissima e a me dispiace davvero tanto, perché le canzoni sono nostre amiche, consigliere di tanti momenti, testimoni di tanti passaggi della vita. Grazie Dolores, ovunque tu sia. La tua musica è eterna.