Sana sana

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Sono caduta. Una grande, goffa, stratosferica caduta. Devo aver preso una bella botta, perché quello che sto vivendo adesso è un particolare viaggio temporale.

Un percorso immaginifico, che sta risvegliando dimenticate sensazioni.

Sicuramente questa esperienza mi resterà impressa nella mente, almeno per un paio di giorni. Sulla mia fronte è infatti visibile la testimonianza della caduta: un piccolo bernoccolo, dai contorni precisi e quasi tridimensionali. Chiaramente Internet ha una soluzione anche per questo e propone una serie di link in cui si spiega come far riassorbire il bernoccolo in pochissimo tempo.

Al di là delle contingenze tangibili, ci sono poi quelle astratte e immateriali.

Innanzitutto la fretta. Sono caduta a causa della fretta. In preda all’ansia di un quasi certo ritardo, ho iniziato a correre per casa alla ricerca di vestiario, borsa con affari personali, borsa con materiale lavorativo, accessori vari. E poi le scarpe. In realtà sono caduta mentre mi tuffavo alla ricerca di un paio di scarpe. E ad accogliermi c’era lo spigolo, ben saldo e appuntito, di un tiretto dimenticato aperto. La fretta è qualcosa che ci sta travolgendo e comprimendo. Annienta la nostra libertà, perché siamo sempre sottoposti alle sue decisioni e alla sua velocità. Ma la fretta non perdona, e se non si è abbastanza veloci si cade. Che dovrebbe essere la traduzione concreta di quel “la gatta frettolosa fa i figli ciechi”.

Poi un po’ di distrazione passeggera. Qualcosa che dovrebbe essere simile alle farfalle nello stomaco, ma che per me si trasforma in mandrie impazzite di elefanti. E quindi è palese che i miei pensieri creino dei percorsi visivi paralleli a quelli reali, tali per cui io non veda gli ostacoli veri e ci piombi su, come cade la pioggia nel pineto di D’Annunzio.

Ancora. Un misto di tradizione, folklore e qualche ricordo di bambina. Il bernoccolo, appunto, ma anche quella espressione gergale barese che si unisce ad alcune azioni, per completarle e congelarle in un frangente, e che dice “AZIONE XYZ + sana sana” (o sano, sani, sane, etc). Insomma “io sono caduta sana sana”, nel senso che non c’è nessun dettaglio che impedisca alla mia caduta di definirsi tale. Un po’ come quando ci si trova nel pieno di un temporale e ci si bagna completamente: dai capelli alle scarpe. E dunque “ci si bagna sani sani”.

Con questa caduta sono ricaduta in una serie di pensieri. Probabilmente li spegnerò, premendo quel delizioso interruttore che si è autocostruito sulla mia fronte. Ma intanto, essendomi rialzata, mi godo questa metafisica ricaduta.

Prima o poi tornerò alla realta, cadendo. Apro il paracadute.

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