Sto dando i numeri!

mani numeri

3 sono le ore che si potrebbero impiegare a preparare una sorpresa che 1 minuto – 1 solo minuto – può rendere bella o brutta.
8 lettere raccontano un’azione bellissima: “baciarsi”, ma anche un comportamento “bugiardo”.
Circa 1000 lumen consentono di illuminare un albero di Natale, ma i sogni dei bambini che lo guardano sono infiniti.
In 5 ore si sceglie un regalo che viene scartato in 30 secondi. Gradito o non gradito nei successivi 5 minuti.
14% sono i gradi di un vino rosso molto buono che può cambiare le sorti di una serata in 5 o forse 10 minuti.
2 sono i piedi e 2 devono essere le scarpe. Nella frase “un piede in due scarpe”, i conti non tornano.
42 sono gli anni d’amore tra i miei genitori. 32 quelli in cui io ricevo questo amore.
160.000 sono i vocaboli della lingua italiana, ma quanti riusciamo ad usarne?
5 volte Leonardo Di Caprio è stato candidato all’Oscar come migliore attore e 1 volta (per fortuna) lo ha vinto.
2 sono le parole che formano il “per sempre”, mentre “mai” è 1 solo vocabolo. Qualcosa vorrà dire.
24 ore compongono una giornata che può essere cosmicamente vuota, o affollatissima.
100 grammi può pesare un souvenir comprato per forma, oppure un souvenir scelto, con cura e dedizione, per dire qualcosa di più profondo.
5 (salvo imprevisti) sono gli anni del liceo. I ricordi, però, sono eterni.
11 (di ben 40 a lui attribuite) sono le commedie di Aristofane tramandate. Sapere titoli e trame di tutte può produrre un 8 in greco.
4.850 sono le cose che abbiamo in comune in una bella canzone di Daniele Silvestri. A volte, però, non bastano.
Questo testo contiene 291 parole, ma io scriverò ancora.

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Sei come la Puglia

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Allora, andò a cercare quelle parole semplici e umane che non aveva mai pronunciato.

E disse:

«Perché sei come la Puglia. Così, semplicemente.

Tu sei Puglia. Profumi, esprimi, seduci, parli, ascolti, innamori, appartieni.

Quando sorridi tu, è come il morso della taranta. Un pizzico lieve che si trasforma in danza.

E ballo, balli. Come balliamo al suono degli strumenti, sotto l’albero dei fichi.

Il tuo odore è insieme acqua marina e marmellata di ciliegie. Un pezzo di Ionio si stende sulla tua pelle, per ornarla e profumarla. L’oro rosso esplode sulle tue gote e illumina ciò che ti circonda. Lo abbaglia, ma non lo ferisce.

Sei come la Puglia. Così vitale, così vigorosa.

I tuoi capelli sono come grano di campagna. Selvaggi, misteriosi.

Sono come il vento di maestrale che entra nel naso, nel cuore. Accende la vita.

Anche tu sei vita. E insieme passione e desiderio. E dispersione.

Disperdi, distrai, ma poi mantieni e trattieni.

Sei come la Puglia, così solitaria e romantica.

A volte abbandoni, sei pietra dura.

Sei come questa terra bella e curiosa, a volte arida, altre volte feconda.

La tua postura particolare ricorda l’aria frizzantina di dicembre, con le luci, le luminarie, l’odore di vincotto e di cartellate. E i musicisti per le strade e tu che guardi.

Sei come la Puglia, così accogliente e fraterna.

Sai guardare all’Oriente, con quella tua curiosità mistica e sacra.

Perfino la devozione è un tuo talento. Per le parole, per le cose. Le curi, le accudisci. Le scegli tra i ricordi d’infanzia, sulle chianche candide e bianche del borgo antico. Lì nella strada dove si erge il campanile e dita solide e rugose creano arte dalla farina.

Sei come la Puglia, così poetica e devastante.

Nel tuo corpo piccolo la meraviglia è una epifania sterminata e palpitante. Da percorrere con eccitazione e desiderio, sulla costa e poi in campagna. Nella Valle d’Itria e di bellezza, tra i muretti a secco e i sentieri. Nei centri storici agghindati di fiori, di speranza e di folklore. Dal nord al Sud. Lì dove la danza si fa tribale, nell’eco di civiltà lontane.

Sei come la Puglia, così bella e sensuale.

I tuoi fianchi sono culla dolce per i miei pensieri. Le tue forme perfettibili e perfette, rotonde e calde, ricordano ceramiche preziose.

Sei arte pura, da toccare e da vedere.

Sei silenziosa e poi urli, allora rifuggi e fai fuggire. Ma hai nel tuo petto la forza santa ed erotica del nostos. Inviti a ritornare.

Sei come la Puglia, così invitante e sofisticata.

Il suono della tua risata è fresco e croccante. Adoro come mordi la vita, e le friselle con il pomodoro e l’olio d’oliva. Sei genuina, risvegli sapori antichi e così moderni. Sei buona, sana. Sei golosa, lo sono anche io. Di te, delle tue labbra che sanno di vino rosso, di come ti sporchi le mani e la bocca. Della tua fame di vita.

Sei come la Puglia. Semplicemente.

Così straordinariamente unica. Così meravigliosamente mia».

 

 

Angela M. Lomoro

Irrompe!

Estate 2018. Una mattina di luglio, da qualche parte. Gioco delle belle statuine. Quando la musica si interrompe, i bambini rimangono immobili.

Alessandro, anni 4, fa una bella osservazione che rompe il silenzio.

Dolcemente.

“Ma il cuore non si ferma. Sta battendo forte”.

Com’è bella la tua vita che irrompe, che si fa sentire, piccolo Alessandro. Siamo così sordi!Con i nostri sensi intorpiditi, impauriti.

Il tuo cuore, invece, batte di curiosità. Palpita. Non trattiene la meraviglia.

È adesso, nel qui e ora. Quando tutto è immobile e cristallizzato, tu prendi la vita Alessandro. La acchiappi con le tue piccole mani e la avvicini al cuore, perché si fondino e si proteggano reciprocamente.

Vuoi ascoltare la vita, le dai l’opportunità di stupirti. Ti lasci guidare, cullare, condurre. Accarezzare.

Ti lasci accarezzare, Alessandro.

E sei tu che accarezzi la vita.

Nessuno di noi può comprendere la tua bellezza.

Noi siamo così immobili, così esultanti nel circondarci di cose immobili.

Nel tuo cuore, invece, risuona una sinfonia bellissima. E si muove, sconfina, domanda, esplora.

È la vita che irrompe. Non aver paura, Alessandro!

Sana sana

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Sono caduta. Una grande, goffa, stratosferica caduta. Devo aver preso una bella botta, perché quello che sto vivendo adesso è un particolare viaggio temporale.

Un percorso immaginifico, che sta risvegliando dimenticate sensazioni.

Sicuramente questa esperienza mi resterà impressa nella mente, almeno per un paio di giorni. Sulla mia fronte è infatti visibile la testimonianza della caduta: un piccolo bernoccolo, dai contorni precisi e quasi tridimensionali. Chiaramente Internet ha una soluzione anche per questo e propone una serie di link in cui si spiega come far riassorbire il bernoccolo in pochissimo tempo.

Al di là delle contingenze tangibili, ci sono poi quelle astratte e immateriali.

Innanzitutto la fretta. Sono caduta a causa della fretta. In preda all’ansia di un quasi certo ritardo, ho iniziato a correre per casa alla ricerca di vestiario, borsa con affari personali, borsa con materiale lavorativo, accessori vari. E poi le scarpe. In realtà sono caduta mentre mi tuffavo alla ricerca di un paio di scarpe. E ad accogliermi c’era lo spigolo, ben saldo e appuntito, di un tiretto dimenticato aperto. La fretta è qualcosa che ci sta travolgendo e comprimendo. Annienta la nostra libertà, perché siamo sempre sottoposti alle sue decisioni e alla sua velocità. Ma la fretta non perdona, e se non si è abbastanza veloci si cade. Che dovrebbe essere la traduzione concreta di quel “la gatta frettolosa fa i figli ciechi”.

Poi un po’ di distrazione passeggera. Qualcosa che dovrebbe essere simile alle farfalle nello stomaco, ma che per me si trasforma in mandrie impazzite di elefanti. E quindi è palese che i miei pensieri creino dei percorsi visivi paralleli a quelli reali, tali per cui io non veda gli ostacoli veri e ci piombi su, come cade la pioggia nel pineto di D’Annunzio.

Ancora. Un misto di tradizione, folklore e qualche ricordo di bambina. Il bernoccolo, appunto, ma anche quella espressione gergale barese che si unisce ad alcune azioni, per completarle e congelarle in un frangente, e che dice “AZIONE XYZ + sana sana” (o sano, sani, sane, etc). Insomma “io sono caduta sana sana”, nel senso che non c’è nessun dettaglio che impedisca alla mia caduta di definirsi tale. Un po’ come quando ci si trova nel pieno di un temporale e ci si bagna completamente: dai capelli alle scarpe. E dunque “ci si bagna sani sani”.

Con questa caduta sono ricaduta in una serie di pensieri. Probabilmente li spegnerò, premendo quel delizioso interruttore che si è autocostruito sulla mia fronte. Ma intanto, essendomi rialzata, mi godo questa metafisica ricaduta.

Prima o poi tornerò alla realta, cadendo. Apro il paracadute.

Era meglio “tanti auguri”

Sottotitolo:

Di come ci complichiamo la vita sulle chat “veloci” che dovrebbero semplificarcela

era meglio tanti auguri

Qui cerco di spiegare perché a volte (quasi sempre) è davvero meglio scrivere un semplice “Tanti auguri”, piuttosto che rientrare in una delle seguenti categorie.

Gli armadi ringraziano chi visualizza e non risponde

Ma anche i cani, gli addominali, le piante del giardino, la pasta sfoglia in procinto di scadere, l’album dei ricordi. E tutti gli “oggetti” con i quali ci distraiamo, quando abbiamo mandato un messaggio – il messaggio della vita – questo è stato visualizzato (con tanto di inequivocabili spunte blu), ma niente. Non succede nulla. L’operatore ha confermato che la linea è ok, che non ci sono disagi in nessuna zona d’Italia e d’Europa, ma nulla. Il cellulare è stato spento e riavviato, la chat aggiornata. Ma nulla. Nada de nada. Arrivano mille notifiche, ma non la notifica – quella della vita. È trascorso il tempo del lavoro, della palestra, del sonno, della doccia, della passeggiata e nulla. La risposta non è arrivata, non arriverà e anche il battito cardiaco inizia a rallentare.

Il dono (sconosciuto) della sintesi

Semplicemente, per non essere prolissi, per appellarsi al succitato talento della sintesi, se mi hai mandato una nota vocale di treminutiesedicisecondi (che già mi sono stancata a dirlo), non facevi prima a chiamarmi?

“Io vorrei… non vorrei…. ma se vuoi….”

Cosa vuoi? Qualunque cosa tu voglia, dimmelo. Senza giri di parole, senza perifrasi (mi leggerei la Divina Commedia, se ne volessi e con il tuo permesso). Insomma, dimmi perché scrivi e cancelli e poi sei offline e poi riemergi e poi scrivi e cancelli. Dimmi perché piangi. Spero di felicità. Scrivi, pure. Non temere. Scrivi e basta, senza riferimenti a fatti-luoghi-persone-paesi-secoli-neisecolideisecoliamen.

Geroglifici 2.0, un po’ fake (perché quelli egiziani costavano troppo!) 

Stas esco, xké sto un po’ così, nnt di ke poi cmq ti spiego bn. A dp!                                                   E ci credo che dovrai spiegarmi parecchie cose. A me e a una commissione di esperti che avrò riunito nel lasso di tempo che  va da adesso a quel “dp” di cui parli. Magari ci racconterai di quando, in passato, invece di comprare le vocali in quel famoso quiz televisivo, te le sei vendute neanche fossero case al mare. Ma comunque, sempre e comunque: Allegria!

Alla salute (mia e del mio psicoterapeuta)

Un’ultima cosa. Se hai bevuto, non guidare. E non scrivere neanche messaggi!