Fino alla fine della corsa

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A volte mi sento frastornata e vorrei fermarmi. Vorrei che tutta l’umanità si fermasse un minuto. Solo un minuto a guardare.
A guardarsi.
A guardare se stessa, nei suoi tentativi così arroganti, e a volte ridicoli, di prevaricare sugli altri. Nel traffico, nella coda alla cassa del supermercato, perfino nella sala d’attesa del dentista. Perché noi abbiamo più fretta, più urgenza.
Vorrei che l’umanità di fermasse ad ascoltare il rumore dell’odio che passa attraverso le parole, la voce che usiamo per farci sentire più forte, i gesti. Perché la nostra opinione è più giusta, più opportuna, più vera. Ed è sempre indispensabile.


Ma le parole sono importanti. Perché lo abbiamo dimenticato? Come abbiamo fatto? La civiltà, fin dalle sue origini, ha saputo dare valore alle parole e ce le ha tramandate nei secoli. Noi, invece, le abbiamo trasformate in etichette, con cui categorizziamo e assembliamo le cose e le persone. Ormai indistintamente. I giovani, i migranti, ecc.
Come se tra quei giovani non ci fosse Angela che ama la musica e le poesie, e ha tanti difetti: per esempio è un po’ permalosa. E poi ci sono Roberto, Francesca, Luca. E tra i migranti c’è Mohammed, che da grande voleva fare il medico. Non è un numero identificativo. E’ una persona, con la sua storia, i suoi sogni.


La bellezza c’è, ne sono convinta. E’ proprio qui da qualche parte. E cerca di insinuarsi con fatica tra le nostre fragilità, le nostre profonde solitudini. La bellezza c’è, nonostante quel senso nauseante di noia e atarassia, derivante dalla velocità delle immagini e delle esperienze, dall’annullamento dell’attesa e della gradualità. C’è, nonostante quella stupida convinzione tutta umana di vivere da soli, di usare la solitudine non come momento di conoscenza interiore, ma come scudo verso l’altro.


E’ un po’ quello che scriveva Cesare Pavese, in una maniera sublime che non voglio parafrasare: «Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri».


Comunicare – altri. Ecco un ossimoro tutto nuovo e tutto moderno. Nella società della comunicazione, delle campagne, dei nuovi media, siamo davvero capaci di comunicare, cioè di entrare in contatto con gli altri?


A volte mi sento frastornata e vorrei arrendermi, annullare i pensieri, spegnere il cuore. Vorrei sorridere e commentare l’ultima puntata di Nonsoché, perché così è facile, così va bene e così si esce dal vortice delle emozioni e delle domande e della curiosità di guardare cosa c’è dopo. Cosa può esserci ancora, dopo le cadute, le delusioni, l’abbandono.


Ma proprio non ci riesco. Fosse anche la mia ultima convinzione, me la porterò fino alla fine della corsa. Da soli non siamo nulla, e mai lo saremo.

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IL POTERE SUPREMO DELLE “TO DO LIST”

Sottotitolo: Perché le nostre vite sono determinate dalle liste di cose da fare

-----Il problema di avere (molte o alcune) cose da fare consiste, principalmente, nel ricordarsi di farle. Strumenti e sistemi di aiuto alla memoria si sono via via diffusi nel corso degli anni, sviluppandosi ed evolvendosi per rispondere alle esigenze di persone diversamente  (dis)organizzate.

Ultimamente è abitudine comune inserire le cose da fare in una lista, chiamata appunto “To do List” e disponibile in formato cartaceo o digitale, a seconda delle preferenze di chi sceglie di usarla.

Ho come l’impressione che inserire le cose da fare in una lista non aiuti semplicemente a ricordarle, ma sia una specie di monito e di invito costante a metterle in pratica. Non a caso, in queste liste, ci sono impegni di lavoro, scadenze da rispettare, bollette da pagare: tutte quelle attività, insomma, intese come “dovere” e quindi opposte al “piacere”.

Per riuscire a dedicarsi alle proprie passioni, allora, basta creare una “To do List” alternativa, che contenga hobby, desideri, numeri e nomi di persone con cui si vorrebbe condividere del tempo.

Probabilmente, davanti al potere supremo di questo tipo di “To do List” eviteremmo di fare ciò che solitamente facciamo: rimandare il piacere, arrendersi alla convizione che non ci sia mai tempo.

E’ vero: non c’è mai tempo, ma vale la pena tentare.

Nomicosecittà tenta con una “To do List” alternativa. Eccola: 

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Chatbot: i nuovi amici degli scrittori

Umanizzare la tecnologia è una missione tutta nuova che tocca ai “vecchi” scrittori. L’ho capito quando ho conosciuto i CHATBOT: intelligenze artificiali, sempre più presenti nei canali di comunicazione. Ecco come la penso.

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L’uso dei chatbot si sta diffondendo in maniera massiccia, in diverse parti del Globo. Sempre più aziende riconoscono gli enormi benefici derivanti dall’uso di queste intelligenze artificiali, affidando ai chatbot ruoli di prim’ordine nella gestione del Customer Service, dell’E- Commerce e altro.

I chatbot, è noto, sono robot, e come tali si comportano: sono instancabili, lavorano h24, rispondono immediatamente e contemporaneamente a più utenti. La loro “specialità” risiede, tuttavia, non nell’aspetto tecnologico, quanto nella dimensione “umana”.

I chatbot sono amici di tutti gli utenti con cui entrano in contatto via chat. Questa amicizia si fonda principalmente sul tramite scelto per creare l’interazione tra chatbot e utenti: il linguaggio.

Nulla rende più umani che parlare, scrivere, comunicare.

Ora, è chiaro che i chatbot sono tecnologie. Ma è anche vero che sono costruiti da umani, le cui competenze non possono essere solo di tipo tecnologico e informatico. C’è bisogno di creatività, di conoscenza della lingua, di umanità.

C’è bisogno, insomma, di quei vecchi e romantici mestieri messi un po’ al bando dalle nuove frontiere del progresso (la tecnologia in primis!) e dai nuovi orientamenti economici del mondo: c’è bisogno di scrittori.

Se è vero, infatti, che i chatbot hanno bisogno di sviluppatori per funzionare e sopravvivere, è anche vero che essi devono — prima di tutto — essere immaginati, creati ed educati da scrittori e creativi.

Attraverso l’uso dei chatbot, le aziende perseguono l’obiettivo di trasformare le conversazioni in conversioni. Per questo gli utenti devono essere interpellati con un linguaggio chiaro e divertente, amichevole ma non invadente.

Gli utenti devono credere che dall’altra parte del computer ci sia un umano, e non un bot.

Ecco, dunque, la nuova missione dei creativi: umanizzare la tecnologia.

Che riprendano le penne, i cari scrittori, e si rimettano in sesto: questo è un nuovo e splendido momento per tornare a creare.

Marketing 2.0: Cose che (non) immaginavamo di sapere

Il testo che segue è un tentativo, in pillole informali e non accademiche, di semplificare le parole del marketing e della comunicazione.

PS PER PROF, ESPERTI E DOTTI: questo è un contenuto NON scientificamente testato! Perdonate eventuali approssimazioni. 

Qualcuno ha dettoMarketing-

Advertising – Dire pubblicità, perché è questo che significa, sarebbe stato alquanto démodé. Ecco allora che in aiuto di noi poliglotti addetti ai lavori, arriva questa bella parolina dal sapore english. L’Advertising è la pubblicità usata dalle imprese per creare consenso intorno alla propria immagine. Può essere “social”, se utilizza i social network (Facebook e Instagram soprattutto); è detta, invece, “Google Advertising” se è fatta attraverso Google Adwords.

Analytics – è un servizio che Google offre gratuitamente agli utenti, per analizzare le performance di un determinato sito. In soldoni (tanto è gratis!) è un aiutino magico che ci fa capire come ce la caviamo on-line. Intanto, con queste parole difficili ce la caviamo meglio del previsto.

Brand – è semplicemente il marchio. Attraverso un nome, un disegno o un simbolo serve a identificare e rappresentare un’azienda o un suo prodotto o servizio. Al brand sono collegate altre attività specifiche: il brand awareness che misura la notorietà di un marchio e la brand reputation che si occupa della gestione della reputazione dell’azienda on-line. Ma c’è anche la brand identity, che è tutto quello che ci permette di identificare univocamente un’azienda con la cosiddetta immagine coordinata. Un ristorante, ad esempio, utilizzerà gli stessi colori sia per il menu, che per le pagine social: oppure il tono di voce (cioè lo stile, il registro del linguaggio) sarà lo stesso su qualsiasi canale di comunicazione. Davvero tutto qui? Sì.

Claim – è un’affermazione che accompagna il nome o logo di un brand. Vi ricordate quello che dicono i politici agli elettori, prima del voto? Un claim fa quello: promette qualcosa ai consumatori. Il claim non va confuso con il pay-off, che è la frase (famosa) associata al brand. Solitamente è breve, accattivante e spesso simpatica; serve a rendere riconoscibile un determinato marchio. Adesso, ad esempio, abbiamo fame e ci è venuta voglia di hamburger. “I’m lovin it” è il pay-off di Mc Donald e, tanto per non restare con la bocca secca, decidiamo di bere qualcosa. Per esempio un Crodino: “l’analcolico biondo fa impazzire il mondo”.

Communication Strategy – Detta così – avete ragione voi – sembra la strategia militare che Cesare utilizzò nel 49 a.C., per oltrepassare il Rubicone. E invece è l’insieme delle scelte (dove, come, quando), che un’azienda adopera per comunicare le sue attività, i suoi servizi o i suoi prodotti; il modo in cui si racconta al pubblico. Oggi, come allora, “il dado è tratto!”.

Community Management – Il Community Management  è l’insieme delle attività di comunicazione che un’azienda promuove attraverso i suoi profili social, cercando di stimolare le reazioni degli utenti (i quali costituiscono la “community”). Come in un condominio modello, gli utenti (residenti) possono interagire tra loro, esprimere opinioni e sono tenuti a rispettare alcune regole (sulle quali veglia un “community manager”, una sorta di amministratore).

Content Marketing – Ne siamo circondati. Lo guardiamo, lo ascoltiamo, lo commentiamo, lo condividiamo. Il content marketing è l’insieme di testi, video, immagini, audio (genericamente detti contenuti) che un’azienda usa per proporre servizi, informazioni, acquisti, pubblicità. Questo post, ad esempio, è un contenuto e fa parte del nostro marketing.

Digital pr – Avete presente quando, qualche anno fa,  nel vostro quartiere non si faceva altro che parlare di quella nuova discoteca fighissima? E tutti volevano andarci e per questo chiamavano Mario, il p.r., per avere gli inviti e prenotare un tavolo? Se ve lo ricordate, innanzitutto non siete tanto vecchi! L’altra buona notizia è che capirete cosa sono le “Pubbliche relazioni digitali”. Provate a trasferire on-line tutti i messaggi di Mario, i suoi inviti, la sua pubblicità. Noterete subito che il vecchio “ci vediamo stasera, porta un amico e dillo in giro” diventerà gigantesco, perché gigantesco è il potere dei mezzi digitali. Fare pubbliche relazioni online significa, insomma, usare strumenti molto potenti per pubblicizzare le proprie attività.

Insight – Ne avrete sicuramente sentito parlare a proposito di Facebook. Qui gli “insight” sono i dati di performance di una pagina (il numero di utenti che la seguono, la loro età, il loro sesso, l’ora in cui tendono a connettersi, eccetera). Più in generale sono dei parametri con cui si analizzano i bisogni, le aspettative e le abitudini del pubblico di riferimento.

Posizionamento – La premessa è che non ha nulla a che fare con il vostro letto. Almeno non fino a quando non avrete finito di leggere questo interessante post! Il posizionamento è una strategia che ha l’obiettivo di collocare un brand in una posizione distintiva rispetto agli altri concorrenti, dopo che questi ultimi siano stati studiati e analizzati. Il posizionamento è dato da diversi fattori: dall’utilizzo frequente di una serie di parole chiave, dalla qualità dei contenuti, dall’esperienza di navigazione dell’utente. Es: se leggete con passione gli articoli e i racconti di nomicosecittà, dunque trascorrete un po’ di tempo su questo sito, anche Google penserà che sia davvero un sito tenerissimo e carinissimo e lo posizionerà in alto rispetto a una determinata chiave di ricerca.

Web Design – Tutti i siti che giornalmente visitiamo sono stati, precedentemente, immaginati e disegnati. Più precisamente progettati. Il web design, appunto, è il progetto di realizzazione di un sito. Se questo sito vi piace, significa che lo abbiamo progettato bene!

Etichette sulla bocca di tutti

Michele, un giovane ragazzo friulano si è suicidato, perché stanco di inseguire un futuro che, semplicemente, non esiste. Aveva solo 30 anni, come me.

Era precario, come me. Aveva un naso, due occhi, sogni e capacità.

Michele non ce l’ha fatta e ha scelto di andarsene, in piena coscienza e in libertà.

Prima di togliersi la vita, ha scritto una lettera lucida, sincera e al tempo stesso straziante.

In ognuna di quelle parole ritrovo la mia vita, la mia storia e quella di tanti precari come me.

Michele, io e tanti altri siamo stati prima disoccupati, poi bamboccioni, poi choosy e con la puzza sotto il naso. In seguito precari, cervelli in fuga (e alcuni “meglio non averli tra i piedi”).

Rincorriamo colloqui, leggiamo annunci, inviamo curriculum in più lingue e lettere di presentazione, motivazione, rassicurazione, esercitazione.

Mandiamo e-mail, oppure facciamo il “porta a porta”. Prendiamo aerei, treni, bus. Facciamo stage, periodi di prova, doppi turni.

Michele, io e tanti altri anonimi siamo sagome in serie a formare il grande gruppo semantico dei cosiddetti GIOVANI.

Siamo oggetto di riforme, di preghiere, di talk show, di propagande politiche e campagne pubblicitarie.

Siamo destinatari di voucher, promesse, contratti a termine, pacche sulle spalle, consigli, suggerimenti, prediche.

Tutti sanno cosa è meglio per noi, cosa avremmo dovuto fare meglio, meno, di più, più lentamente, più velocemente, in due lingue, anzi in tre.

Michele, io e tanti altri siamo, insomma, etichette. Parole volanti, sulla bocca di tutti.

E, infatti, di Michele si parlerà nei telegiornali, nei salotti televisivi, forse al bar e persino al parrucchiere.

Per qualche giorno, la storia di Michele – una delle tante parole volanti – sarà la parola volante più pronunciata.

E di questo vorrei chiedere perdono a Michele.

Provo una grande rabbia e un forte senso di smarrimento; prego, tuttavia, che nessuno osi giudicare (nel bene o nel male) il gesto di Michele.

Sarebbe più utile dedicarsi a politiche e azioni concrete.