Cara Liliana, ci salvi

SENATRICE LILIANA SEGRE (00032435) (© 2018 Carmine Flamminio / Senato della Repubblica)
Signora Segre,
noi non la meritiamo.
Siamo così sordi. Non possiamo accorgerci che l’orrore di ieri è nato come nascono in questo tempo tanti focolai di odio, di discriminazione, di “Io non sono razzista ma”. Nacque come nasce oggi, mentre in lontananza una barca di umani è alla deriva. E noi non sappiamo se difenderci dall’invasione o se essere quello per cui siamo nati: umani.
Signora Segre,
ci perdoni.
Noi non possiamo coltivare quella memoria tutti i giorni, perché siamo impegnati. E poi, ormai, è tardi. Non possiamo mica correre il rischio di essere buoni, per poi diventare buonisti!
Signora Segre,
noi non la meritiamo.
Signora Segre,
ci perdoni.
Non siamo riusciti a risparmiarle neanche lo spettacolo mediocre di una classe politica divisa e scettica sul renderle omaggio. Ma lei non ha mai chiesto omaggi! Le abbiamo fatto rivivere l’incubo di non essere una bambina, ma una bambina ebrea. Glielo abbiamo ricordato con una scritta ignobile, lasciata sul portone di casa di un sopravvissuto, e con insulti volenti vomitati sui social.
Signora Segre,
noi non la meritiamo. Perché mentre fuori dilaga la paura del diverso e la caccia allo straniero si fa aspra, citofono per citofono, lei prova a prenderci le mani e a risvegliarci dal torpore. Lei prova a consegnarci una testimonianza e si affida a noi per tramandarla.
Un compito che spesso ci trova impreparati. Una missione di cui siamo indegni.
Cara Liliana,
noi non la meritiamo. Ci perdoni, se può.
E ci salvi dall’oblio e dall’indifferenza.
Angela Lomoro

Un incipit è per sempre

Nonostante i dati statistici sui lettori nel nostro Paese siano spesso sconfortanti, su Instagram sono tantissime le “community” dedicate alla lettura e ai libri. C’è chi recensisce grandi classici, chi si diverte a estrapolare citazioni e passi famosi, chi consiglia nuovi libri e chi incoraggia autori emergenti. Instgram sembra, insomma, un’isola felice per i lettori e gli amanti dei libri.

In questo universo variegato di pagine e di blog, c’è un profilo che si chiama INIZIA COSÌ e che condivide l’incipit dei romanzi e delle raccolte poetiche più belli e famosi di sempre.

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Iniziacosì è una piccola comunità, nata da pochissimo con lo scopo di promuovere l’amore per la lettura, partendo proprio dall’inizio. Infatti, come si legge nella descrizione del profilo, in ogni libro c’è un nuovo inizio e un incipit è per sempre!

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Sul profilo, poi, è possibile rispondere a brevi sondaggi sulle nuove uscite o sui consigli d’acquisto e di lettura o partecipare a divertenti quiz su autori, personaggi e trame di libri. Uno degli ultimi quiz – il più facile! – è stato dedicato a Italo Svevo e ha portato a condividere l’incipit de “La coscienza di Zeno”. Un’ottima occasione per rileggere un romanzo che si studia all’ultimo anno di scuola superiore, in una prospettiva più serena e senza il timore di essere interrogati!

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Nelle stories di iniziacosì è possibile, infine, proporre libri, incipit o autori che potranno poi essere condivisi dalla pagina.

 

Irrompe!

Estate 2018. Una mattina di luglio, da qualche parte. Gioco delle belle statuine. Quando la musica si interrompe, i bambini rimangono immobili.

Alessandro, anni 4, fa una bella osservazione che rompe il silenzio.

Dolcemente.

“Ma il cuore non si ferma. Sta battendo forte”.

Com’è bella la tua vita che irrompe, che si fa sentire, piccolo Alessandro. Siamo così sordi!Con i nostri sensi intorpiditi, impauriti.

Il tuo cuore, invece, batte di curiosità. Palpita. Non trattiene la meraviglia.

È adesso, nel qui e ora. Quando tutto è immobile e cristallizzato, tu prendi la vita Alessandro. La acchiappi con le tue piccole mani e la avvicini al cuore, perché si fondino e si proteggano reciprocamente.

Vuoi ascoltare la vita, le dai l’opportunità di stupirti. Ti lasci guidare, cullare, condurre. Accarezzare.

Ti lasci accarezzare, Alessandro.

E sei tu che accarezzi la vita.

Nessuno di noi può comprendere la tua bellezza.

Noi siamo così immobili, così esultanti nel circondarci di cose immobili.

Nel tuo cuore, invece, risuona una sinfonia bellissima. E si muove, sconfina, domanda, esplora.

È la vita che irrompe. Non aver paura, Alessandro!

Sana sana

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Sono caduta. Una grande, goffa, stratosferica caduta. Devo aver preso una bella botta, perché quello che sto vivendo adesso è un particolare viaggio temporale.

Un percorso immaginifico, che sta risvegliando dimenticate sensazioni.

Sicuramente questa esperienza mi resterà impressa nella mente, almeno per un paio di giorni. Sulla mia fronte è infatti visibile la testimonianza della caduta: un piccolo bernoccolo, dai contorni precisi e quasi tridimensionali. Chiaramente Internet ha una soluzione anche per questo e propone una serie di link in cui si spiega come far riassorbire il bernoccolo in pochissimo tempo.

Al di là delle contingenze tangibili, ci sono poi quelle astratte e immateriali.

Innanzitutto la fretta. Sono caduta a causa della fretta. In preda all’ansia di un quasi certo ritardo, ho iniziato a correre per casa alla ricerca di vestiario, borsa con affari personali, borsa con materiale lavorativo, accessori vari. E poi le scarpe. In realtà sono caduta mentre mi tuffavo alla ricerca di un paio di scarpe. E ad accogliermi c’era lo spigolo, ben saldo e appuntito, di un tiretto dimenticato aperto. La fretta è qualcosa che ci sta travolgendo e comprimendo. Annienta la nostra libertà, perché siamo sempre sottoposti alle sue decisioni e alla sua velocità. Ma la fretta non perdona, e se non si è abbastanza veloci si cade. Che dovrebbe essere la traduzione concreta di quel “la gatta frettolosa fa i figli ciechi”.

Poi un po’ di distrazione passeggera. Qualcosa che dovrebbe essere simile alle farfalle nello stomaco, ma che per me si trasforma in mandrie impazzite di elefanti. E quindi è palese che i miei pensieri creino dei percorsi visivi paralleli a quelli reali, tali per cui io non veda gli ostacoli veri e ci piombi su, come cade la pioggia nel pineto di D’Annunzio.

Ancora. Un misto di tradizione, folklore e qualche ricordo di bambina. Il bernoccolo, appunto, ma anche quella espressione gergale barese che si unisce ad alcune azioni, per completarle e congelarle in un frangente, e che dice “AZIONE XYZ + sana sana” (o sano, sani, sane, etc). Insomma “io sono caduta sana sana”, nel senso che non c’è nessun dettaglio che impedisca alla mia caduta di definirsi tale. Un po’ come quando ci si trova nel pieno di un temporale e ci si bagna completamente: dai capelli alle scarpe. E dunque “ci si bagna sani sani”.

Con questa caduta sono ricaduta in una serie di pensieri. Probabilmente li spegnerò, premendo quel delizioso interruttore che si è autocostruito sulla mia fronte. Ma intanto, essendomi rialzata, mi godo questa metafisica ricaduta.

Prima o poi tornerò alla realta, cadendo. Apro il paracadute.

Era meglio “tanti auguri”

Sottotitolo:

Di come ci complichiamo la vita sulle chat “veloci” che dovrebbero semplificarcela

era meglio tanti auguri

Qui cerco di spiegare perché a volte (quasi sempre) è davvero meglio scrivere un semplice “Tanti auguri”, piuttosto che rientrare in una delle seguenti categorie.

Gli armadi ringraziano chi visualizza e non risponde

Ma anche i cani, gli addominali, le piante del giardino, la pasta sfoglia in procinto di scadere, l’album dei ricordi. E tutti gli “oggetti” con i quali ci distraiamo, quando abbiamo mandato un messaggio – il messaggio della vita – questo è stato visualizzato (con tanto di inequivocabili spunte blu), ma niente. Non succede nulla. L’operatore ha confermato che la linea è ok, che non ci sono disagi in nessuna zona d’Italia e d’Europa, ma nulla. Il cellulare è stato spento e riavviato, la chat aggiornata. Ma nulla. Nada de nada. Arrivano mille notifiche, ma non la notifica – quella della vita. È trascorso il tempo del lavoro, della palestra, del sonno, della doccia, della passeggiata e nulla. La risposta non è arrivata, non arriverà e anche il battito cardiaco inizia a rallentare.

Il dono (sconosciuto) della sintesi

Semplicemente, per non essere prolissi, per appellarsi al succitato talento della sintesi, se mi hai mandato una nota vocale di treminutiesedicisecondi (che già mi sono stancata a dirlo), non facevi prima a chiamarmi?

“Io vorrei… non vorrei…. ma se vuoi….”

Cosa vuoi? Qualunque cosa tu voglia, dimmelo. Senza giri di parole, senza perifrasi (mi leggerei la Divina Commedia, se ne volessi e con il tuo permesso). Insomma, dimmi perché scrivi e cancelli e poi sei offline e poi riemergi e poi scrivi e cancelli. Dimmi perché piangi. Spero di felicità. Scrivi, pure. Non temere. Scrivi e basta, senza riferimenti a fatti-luoghi-persone-paesi-secoli-neisecolideisecoliamen.

Geroglifici 2.0, un po’ fake (perché quelli egiziani costavano troppo!) 

Stas esco, xké sto un po’ così, nnt di ke poi cmq ti spiego bn. A dp!                                                   E ci credo che dovrai spiegarmi parecchie cose. A me e a una commissione di esperti che avrò riunito nel lasso di tempo che  va da adesso a quel “dp” di cui parli. Magari ci racconterai di quando, in passato, invece di comprare le vocali in quel famoso quiz televisivo, te le sei vendute neanche fossero case al mare. Ma comunque, sempre e comunque: Allegria!

Alla salute (mia e del mio psicoterapeuta)

Un’ultima cosa. Se hai bevuto, non guidare. E non scrivere neanche messaggi!