Questa mia T-shirt

t-shirt

Ho comprato una t-shirt, pensando che fosse proprio il tuo genere.

Piace molto anche a me, però l’ho comprata pensando a te.

E’ bianca e ha un disegno nero, che ricorda un tour dei Led Zeppelin del 1981.

Io non ero nata, e neanche tu.

Però ho comprato questa t-shirt pensando a te.

E allora la metto sempre quando so di vederti.

Ma non è ancora successo di incontrarti con la mia t-shirt bellissima, che tu guarderai e ammirerai.

Forse.

E allora io continuo a indossarla, in quei luoghi dove so che potresti esserci.

E tutte le persone pensano che io abbia solo quella t-shirt.

E forse questa è l’idea più carina che abbiano di me.

Insomma, io ho comprato questa t-shirt dei Led Zeppelin pensando a te.

E tu la vedrai, prima o poi.

Spero prima che si consumi.

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MICRORACCONTI SENZA NOME, #14

formica

Una mattina, nel giorno del suo decimo compleanno, la formica Erry uscì felice, alla ricerca di auguri.
Con grande dispiacere, però, trovò il villaggio deserto e nessuno con cui parlare.
Allora scelse un fiore meraviglioso, vi si adagiò e prese la sua chitarra. Con voce malinconica, cantò un verso che diceva così: «Oggi è il mio compleanno, tanti auguri a me».
Ma nessuno rispondeva. Tutto intorno era silenzio.
Allora Erry la formica prese la strada del ritorno. «Oggi è il mio compleanno e nessuno se n’è ricordato», diceva tra sé con aria triste e desolata.
Rientrato in casa, sentì un gran vociare. Urla e clamore provenivano da ogni stanza.
Si affacciò nel salone e vide tutti i suoi amici. Lo aspettavano da ore con coriandoli, regali e dolcetti.
«Ah povero me, sciocco e frettoloso!» disse Erry. «Cercavo gli auguri seduto su un fiore, ma eran già vicini, festosi e pieni d’amore!»
Così la formica Erry, nel giorno del suo decimo compleanno, imparò che a volte per essere amati, basta guardarsi intorno.

Microracconti senza nome, #13

salsa di pomodori

C’era una volta e c’è ancora, nella casa in campagna di Antonietta, un rito agrodolce, antico e profumato. Ad agosto, ogni anno, Antonietta torna nella casa della sua giovinezza e prepara la salsa al pomodoro. Vede poco Antonietta, che ha 96 anni e molti ricordi. Ha il passo stanco, ma le braccia robuste. Taglia i pomodori e racconta di quando conobbe suo marito, proprio lì alla casa in campagna. Era il 20 agosto del 1939. Un bel giovanotto, con un cappello buffo e una bicicletta sgangherata, si affacciò al cortile e disse: «Buongiorno, sono Tommaso Saetta e sono venuto a comprare i pomodori». Fu amore a prima vista. Da allora ci sono stati 8 figli, 13 nipoti, molte storie da raccontare e svariati litri di salsa al pomodoro. C’era una volta e c’è ancora, un rito agrodolce che profuma d’amore.

Maledetto tempo

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Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per dirti che quando sorridi tu, persino l’universo se ne rallegra, e splende e risplende per ringraziarti.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per spalmarti la marmellata sulle fette biscottate e sulla bocca e poi ridere e baciarti. In una primavera di ciliegie.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per coprirti dolcemente con il lenzuolo e poi scoprirti, solo per accarezzarti e guardarti mentre dormi.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per cantare a squarciagola un pezzo a caso passato in radio, e poi farlo diventare la nostra canzone preferita.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per prepararti una ciambella senza buco e poi riderci su e mangiare dei wafer, perché io non so cucinare.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per risvegliarti a cinema, dopo che ti sei addormentato perché il film l’ho scelto io.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per bisticciare, perché poi è così dolce far la pace.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per farti un regalo, una sorpresa e anche uno scherzo.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per andare fuori dagli schemi e poi rientrarci con uno splendido mazzo di rose.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per guardare le vetrine dei negozi e anche le stelle.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per «stai molto bene con il blu».

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per passeggiare mano nella mano, nella nostra città e in un’altra ancora.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per addormentarsi sulla spiaggia.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per comprare una guida e organizzare un viaggio che forse non riusciremo a fare questa estate, ma chissà.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per «che buon profumo! Fammelo sentire meglio, avvicinati. Avvicinati ancora, ancora un po’, ancora di più…»

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per nasconderti le mie foto del liceo, con i jeans strappati e una t-shirt della Onyx.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per scovare i tuoi segreti sotto il letto e i nostri sogni nel cassetto.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo –  per mangiare un gelato al pistacchio.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per cambiare mille vestiti, prima di incontrarti.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per «ma tu cosa hai pensato la prima volta che mi hai visto?»

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per pensare ai regali di Natale.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per dirti che c’è ancora tempo.

Microracconti senza nome, #12

GRANCHIO

Il vecchio Jack era un tipo decisamente stravagante, ma abitudinario. La mattina non usciva dalla sua roccia, neanche per le grandi occasioni. Detestava tutti quei bambini che giocavano a rincorrerlo e lo costringevano a sgattaiolare da una parte all’altra della scogliera. Si faceva vedere la sera, il vecchio Jack. Al tramonto. Si bagnava le chele e faceva quattro chiacchiere con gli altri. Ma quel giorno accadde qualcosa di incredibile. Da allora non ci sta più con la testa, quel pazzo di un granchio.

Continua a blaterare di una femmina bellissima, di una specie rara e mai vista prima. Dice che si era appena svegliato, al tramonto come ogni giorno, quando un velluto lunghissimo e delicato lo ha sfiorato. Come una seta evanescente. Ma nessuno gli crede, e tutti gli gridano dietro e ridono di lui. «Il vecchio Jack si è innamorato di un’alga!».

E lui brontola, si arrabbia e borbotta che no, «le alghe non profumano di olio di mandorla».

Povero vecchio Jack! Potessi parlargli, io che ho visto tutto. Gli direi: «Pazzo di un granchio… ti sei innamorato dei capelli di una donna!»

Ma, in fondo, chi crederebbe a un tappo di bottiglia, dimenticato dal tempo?