MICRORACCONTI SENZA NOME, #14

formica

Una mattina, nel giorno del suo decimo compleanno, la formica Erry uscì felice, alla ricerca di auguri.
Con grande dispiacere, però, trovò il villaggio deserto e nessuno con cui parlare.
Allora scelse un fiore meraviglioso, vi si adagiò e prese la sua chitarra. Con voce malinconica, cantò un verso che diceva così: «Oggi è il mio compleanno, tanti auguri a me».
Ma nessuno rispondeva. Tutto intorno era silenzio.
Allora Erry la formica prese la strada del ritorno. «Oggi è il mio compleanno e nessuno se n’è ricordato», diceva tra sé con aria triste e desolata.
Rientrato in casa, sentì un gran vociare. Urla e clamore provenivano da ogni stanza.
Si affacciò nel salone e vide tutti i suoi amici. Lo aspettavano da ore con coriandoli, regali e dolcetti.
«Ah povero me, sciocco e frettoloso!» disse Erry. «Cercavo gli auguri seduto su un fiore, ma eran già vicini, festosi e pieni d’amore!»
Così la formica Erry, nel giorno del suo decimo compleanno, imparò che a volte per essere amati, basta guardarsi intorno.

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Microracconti senza nome, #13

salsa di pomodori

C’era una volta e c’è ancora, nella casa in campagna di Antonietta, un rito agrodolce, antico e profumato. Ad agosto, ogni anno, Antonietta torna nella casa della sua giovinezza e prepara la salsa al pomodoro. Vede poco Antonietta, che ha 96 anni e molti ricordi. Ha il passo stanco, ma le braccia robuste. Taglia i pomodori e racconta di quando conobbe suo marito, proprio lì alla casa in campagna. Era il 20 agosto del 1939. Un bel giovanotto, con un cappello buffo e una bicicletta sgangherata, si affacciò al cortile e disse: «Buongiorno, sono Tommaso Saetta e sono venuto a comprare i pomodori». Fu amore a prima vista. Da allora ci sono stati 8 figli, 13 nipoti, molte storie da raccontare e svariati litri di salsa al pomodoro. C’era una volta e c’è ancora, un rito agrodolce che profuma d’amore.

Maledetto tempo

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Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per dirti che quando sorridi tu, persino l’universo se ne rallegra, e splende e risplende per ringraziarti.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per spalmarti la marmellata sulle fette biscottate e sulla bocca e poi ridere e baciarti. In una primavera di ciliegie.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per coprirti dolcemente con il lenzuolo e poi scoprirti, solo per accarezzarti e guardarti mentre dormi.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per cantare a squarciagola un pezzo a caso passato in radio, e poi farlo diventare la nostra canzone preferita.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per prepararti una ciambella senza buco e poi riderci su e mangiare dei wafer, perché io non so cucinare.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per risvegliarti a cinema, dopo che ti sei addormentato perché il film l’ho scelto io.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per bisticciare, perché poi è così dolce far la pace.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per farti un regalo, una sorpresa e anche uno scherzo.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per andare fuori dagli schemi e poi rientrarci con uno splendido mazzo di rose.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per guardare le vetrine dei negozi e anche le stelle.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per «stai molto bene con il blu».

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per passeggiare mano nella mano, nella nostra città e in un’altra ancora.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per addormentarsi sulla spiaggia.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per comprare una guida e organizzare un viaggio che forse non riusciremo a fare questa estate, ma chissà.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per «che buon profumo! Fammelo sentire meglio, avvicinati. Avvicinati ancora, ancora un po’, ancora di più…»

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per nasconderti le mie foto del liceo, con i jeans strappati e una t-shirt della Onyx.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per scovare i tuoi segreti sotto il letto e i nostri sogni nel cassetto.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo –  per mangiare un gelato al pistacchio.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per cambiare mille vestiti, prima di incontrarti.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per «ma tu cosa hai pensato la prima volta che mi hai visto?»

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per pensare ai regali di Natale.

Non c’è stato tempo – maledetto tempo – per dirti che c’è ancora tempo.

Microracconti senza nome, #12

GRANCHIO

Il vecchio Jack era un tipo decisamente stravagante, ma abitudinario. La mattina non usciva dalla sua roccia, neanche per le grandi occasioni. Detestava tutti quei bambini che giocavano a rincorrerlo e lo costringevano a sgattaiolare da una parte all’altra della scogliera. Si faceva vedere la sera, il vecchio Jack. Al tramonto. Si bagnava le chele e faceva quattro chiacchiere con gli altri. Ma quel giorno accadde qualcosa di incredibile. Da allora non ci sta più con la testa, quel pazzo di un granchio.

Continua a blaterare di una femmina bellissima, di una specie rara e mai vista prima. Dice che si era appena svegliato, al tramonto come ogni giorno, quando un velluto lunghissimo e delicato lo ha sfiorato. Come una seta evanescente. Ma nessuno gli crede, e tutti gli gridano dietro e ridono di lui. «Il vecchio Jack si è innamorato di un’alga!».

E lui brontola, si arrabbia e borbotta che no, «le alghe non profumano di olio di mandorla».

Povero vecchio Jack! Potessi parlargli, io che ho visto tutto. Gli direi: «Pazzo di un granchio… ti sei innamorato dei capelli di una donna!»

Ma, in fondo, chi crederebbe a un tappo di bottiglia, dimenticato dal tempo?

Oggi è domenica

alba

Oggi è domenica e non sono andato al mare. Non che non mi piaccia, ma oggi avevo voglia di silenzio. E avevo bisogno di credere in qualcosa. Così ho guidato in una città quasi deserta e ti ho cercato.

Ho immaginato che potessi fare colazione al bar, magari sfogliando un giornale o chiacchierando con le tue amiche. Ho percorso tante strade, chiedendomi in quale di queste potessi abitare tu.

Con un bel vestito blu, ti ho guardata mentre ordinavi un caffè e un succo all’arancia. Lo adoro anche io; mi piace berlo dopo la mia partita di tennis con Andrea.

Ah, forse questo è il parco dove passeggi con il tuo vecchio pastore tedesco. Si chiama Fred, o forse Kira.

Le strade sono sgombre dalle auto. Si notano dettagli e luoghi a cui non avevo mai dato importanza.

C’è un piccolo panificio, proprio lì vicino al tuo ufficio. A volte, quando non ti va di cucinare, prendi un bel pezzo di focaccia.

Sei golosa… Lo sono anche io!

Mi piacerebbe mangiare insieme a te.

Oggi è domenica e io non sono andato al mare. Potremmo andarci insieme una volta.

Al tramonto, con una birra.

O forse all’alba. Sarebbe bellissimo vedere la luce che ti accarezza il viso, disegna il tuo profilo, per poi scendere sul collo fino ad allargarsi sulle tue piccole spalle.

Sto guidando senza meta. La radio è dalla mia parte.

C’è quella “Canzone” che dice: «Non so aspettarti più di tanto, ogni minuto mi dà l’istinto di cucire il tempo… Di portarti di qua».

Vorrei portarti di qua. Vorrei portarti con me.

Non immagino i tuoi occhi, né il colore dei tuoi capelli. Se sono lunghi, se sono ricci.

Ho l’impressione che tu sia bellissima.

Eccoti. Ti vedo in coda alla cassa di questo supermercato. Hai comprato il cous cous. Non sai cucinare nulla, tranne il cous cous. Ed è proprio quello che ci vorrebbe per una gita in barca.

Al cinema all’aperto, in queste sere, ridanno i grandi classici. Colazione da Tiffany: vuoi rivederlo?

Ma no, tranquilla. Non mi piacciono i film polizieschi. Ti accompagno volentieri.

Non vorrei sembrare presuntuoso, ma potrei provare a suonarti “Moon River” con il pianoforte.

Lo suonavo da bambino, poi ho smesso.

Che buffa suoneria che hai… E’ tua madre. Da quando sei andata a vivere da sola, ti chiama sempre alla stessa ora e ti chiede puntualmente cosa mangerai.

Vorrei sorprenderti. Venire a prenderti, quando non te lo aspetti. Portarti a ballare, a teatro.

Adoro la fotografia, sai. Danno una mostra oggi, ci andiamo?

Vorrei trovare il momento giusto, le parole giuste.

Ciao, sono Luca. Oggi è domenica e non sono andato al mare, perché avevo voglia di silenzio. E avevo bisogno di credere in qualcosa.

Così ho percorso tutta la città e ti ho cercata.

Perché oggi è domenica, non sono andato al mare e ho bisogno di credere che tu esista.