Un’altra inutile opinione sul Coronavirus

 

space-3197611_1920Che l’amore è l’unica cosa che conta è e sarà la lezione più forte che ci porteremo dentro, per sempre, dopo questa pandemia che ha stravolto le nostre vite.

E non può essere solo un auspicio. Deve essere un obbligo morale.

Perché la cosa che in assoluto, più di tutto il resto, ci manca è l’incontro con l’altro. Le relazioni umane, fisiche, il contatto, le carezze.

L’amore.

Vorremmo fare gli aperitivi, andare in palestra, tornare in ufficio, ma più di tutto vorremmo abbracciare i nostri genitori e i nostri nonni, vorremo camminare mano nella mano con la persona che amiamo, vorremmo fare una carezza ai nostri figli e ai nostri nipoti.

Perché l’amore è l’unica cosa che conta ed è quello che ci manca di più, in questo momento di paura, di solitudine e di fragilità.

E più siamo lontani e isolati, più cerchiamo di sentirci uniti.

E se questo non è amore, allora che cos’è?

 

Come una vecchia foto di mia nonna
di quando accompagnò mio nonno a fare il militare,
tu sei speranza dentro agli occhi di chi resta
e capisce che ogni tanto nella vita devi solo aspettare

 

Felicità

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La felicità è l’odore di cose buone, il piatto pronto in tavola, il rumore dei morsi croccanti, il vino che si versa.

La felicità è il colore del tramonto, da soli e in compagnia.

La felicità sei tu, che esisti, sei da qualche parte, ma ancora non so dove.

La felicità è papà che legge il giornale, e intanto prende il sole.

La felicità è: «Prego, faccia prima lei».

La felicità è un bacio inaspettato.

La felicità è Metro Saint Paul “prochain train dans une minute”.

La felicità è lo spritz, con le patatine, i taralli e le olive.

La felicità è raccontarsi i segreti tra amiche, e ridere, e darsi consigli.

La felicità è un vestito bello, magari blu o forse verde.

La felicità è una videochiamata Skype, contro ogni fuso orario, con qualcuno che vive dall’altra parte del giorno.

La felicità è “ricorda di fare il chek in”.

La felicità è «Chiamami, non sai cosa è successo!»

La felicità è una notifica. La notifica della vita.

La felicità è “oggi non sono felice, ma presto andrà meglio”.

La felicità è sentire la musica dall’auto di mio fratello e capire che sta rientrando.

La felicità è prendere mamma dal lavoro e poi andare in giro per negozi.

La felicità è trovare parcheggio in centro, di sabato sera.

La felicità è “oggi ti ho visto, Dio quanto sei bello!”

La felicità è Natale, quando nonna prepara le cartellate.

La felicità sono le tue carezze.

La felicità è sapere. Oppure cercare, quando non si sa.

La felicità è restare in silenzio.

La felicità è una busta di giuggiole, patatine fritte e altre schifezze.

La felicità è una storia da raccontare. O da scrivere.

La felicità è vincere sulla burocrazia.

La felicità sei tu, quando mi chiami e mi dici che ti manco.

La felicità è ricordarti, in qualche angolo della città.

La felicità è una poesia di Catullo che sappiamo a memoria. E non perché ci hanno costretto ad impararla al liceo. Perché è bellissima, solo per questo.

La felicità è una parola, come “grazie”.

La felicità è andare ai concerti e tornare a casa senza voce.

La felicità è una stanza piena di quadri, in un museo.

La felicità è un letto grandissimo.

La felicità è accogliere chi ha bisogno.

La felicità è ascoltare qualcuno che ami, mentre suona il pianoforte.

La felicità è la salsedine che si asciuga sulla pelle, da giugno a ottobre.

La felicità è una lotta continua e determinata contro gli stereotipi.

La felicità era quando, nelle feste in famiglia, c’eri anche tu.

La felicità è commentare la finale di Sanremo.

La felicità è leggere un libro e desiderare di incontrare i protagonisti della storia.

La felicità è un attimo che dice: «Madame, bonjour»

La felicità è: «Salve prof!»

La felicità è piangere al cinema.

La felicità è la curiosità dei bambini.

La felicità è molto più che una giornata dedicata, ma non è forse in un giorno che si inizia ad essere felici?

 

Una al mese

Ti penso. Non sempre, ma ti penso spesso. Son desideri, oppure rimpianti. Ma – in fondo – che differenza c’è? Comunque ti penso. Non sempre, ma ti penso spesso. Penso a cose semplici. A qualcosa che vorrei fare con te. Diciamo una cosa al mese. Almeno una, perché non ti penso sempre. Ti penso spesso.

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Le caldarroste! Vorrei preparare con te le caldarroste. Scottarmi le dita e seguire uno dei molteplici consigli su come far aprire bene le castagne. A novembre, una volta, vorrei mangiare con te le caldarroste. In un giorno di pioggia, con tutto il mondo fuori che si fa domande, che ci fa domande.

Vieni da me. Dammi un bacio, resta un po’ con me e poi vattene. Non ti farò credere di essere qui solo perché oggi è la festa degli innamorati. È solo febbraio, si può guarire. Guarirò, prima o poi.

Che bella giornata! Com’è splendente il sole di maggio. Facciamo una gita? Ti prometto che rientriamo in serata. Mi basta poco: un prato verde e le mie mani tra i tuoi capelli.

A settembre, mi sono guardata intorno. Ho provato a cercarti, non ti vedo da un po’… Chissà se sei rientrato dalle vacanze. Dove sei? Dove sei? Dove sei?

Non la conoscevo questa conca. Mi piace molto ed è stranamente vuota, per essere luglio. Facciamo un bagno e poi aspettiamo il tramonto? Ho preparato un cous cous alle verdure, ma non temere: ho anche delle birre.

“Quello lì, quello con la pietra nera”. Non ho avuto alcun momento di esitazione. Per Natale ti comprerò un anello, uno di quelli etnici che ti piacciono tanto e che mi ti fanno piacere parecchio. È fatto per te, è proprio fatto per te. A dicembre ti regalerò un anello che mi ricorda un altro anello che hai indossato una volta sola e poi mai più. E no, non dirò nulla su quanto è magica l’atmosfera di Natale, su quanto sarebbe tenero camminare mano nella mano con te nelle vie del borgo antico e stringerci per il freddo e darci i baci sui nasi congelati, sulla poesia commovente che ti ho scritto per fine anno, su quello che si fa a fine anno come augurio per rifarlo tutto l’anno, su quanto è senza senso ma assurdamente comico fare inutili e immense file nei negozi il 24 e su quanto amerei fare questa e altre cose senza senso, insieme a te. Ogni giorno di dicembre. Ogni giorno dell’anno. Ogni anno. Per sempre.

Fa ancora caldo, ma non si suda. Com’è piacevole il mare ad ottobre, c’è un venticello leggero. I tuoi occhi sono così luminosi. C’è mare. Vedo il mare ovunque.

Ad aprile guardiamo i voli per posti esotici in cui non andremo mai. Che ne pensi del Perù? Oppure cambiamo genere: Vienna. Mare? Andiamo in Costa azzurra! Dai, magari un week end in Salento.

A gennaio ti ho incontrato a un concerto. Lo sapevo che avresti apprezzato questo artista. Sei seduto due file più avanti. Girati. Ti prego, girati. Questa potrebbe essere la nostra canzone. Girati, adesso. Guardami.

Un trullo. Io e te, davanti al camino con il vino, a leggerci poesie maledette di Baudelaire, o di Borges e, certo, anche di Montale. Lo chiamano marzo pazzerello, ma non sanno quanto è bello.

È tutta nostra la città ad agosto. No, non mi annoio affatto. È come dice la canzone: questo deserto lo conosciamo e ci piace moltissimo. È tutto per noi. Noi siamo tutti per noi, solo per noi. “Vivemus atque amemus”!

Te ne sei ricordato, vero? Ma no, non voglio un regalo. Vorrei capire se te ne sei ricordato. Giugno, ti dice qualcosa? Ti offro qualcosa da bere, voglio solo festeggiare con te. (Comunque un regalino…)

 

 

I tuoi capelli, l’elogio definitivo

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Io, i tuoi capelli li riconoscerei ovunque.

Tra mille teste diverse.

Tra capelli biondi, neri, rossi, lisci, ricci, lunghi, corti.

I tuoi capelli sono come se tu avessi un profumo unico al mondo e si sentisse forte in una folla impazzita di odori.

I tuoi capelli sono come un tessuto morbido in cui si ha voglia di tuffarsi, per coprirsi, proteggersi e coccolarsi.

I tuoi capelli sono selvatici, ma anche setosi. Ingarbugliati, ma poi sicuri. Sono una provocazione anticonvenzionale, una piccola trasgressione ammiccante, un campo di fiori.

I tuoi capelli: non so se fanno di te un angelo divino o un diavolo tentatore.

I tuoi capelli mi parlano.

Io, i tuoi capelli li riconosco. Sempre e ovunque.

E poi, dopo averli riconosciuti, succede una cosa bellissima.

Abbasso leggermente lo sguardo e, sotto i tuoi capelli, trovo te.

 

Cin cin, il monologo

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Illustrazione di Giuseppe Fanelli

Io non so nulla del mondo. Non conosco la storia e non m’intendo di politica.

La musica? Ne ascolto parecchia, senza distinguerla.

La cucina mi interessa poco e lo sport, oh per carità!

Io non so nulla del mondo, ma se c’è qualcosa che conosco, ecco: sono gli umani.

Grandi, bambini, femmine e maschi. Colori, capelli, tono di voce.

So tutto di loro.

Il nostro è un incontro breve, ma intenso. Sono un tipo dolce, delicato, ma so essere anche molto frizzante! Insomma sono uno che piace un po’ a tutti. Cerco di non scontentare nessuno, anche se a volte qualcuno sembra chiedermi troppo. E si attacca, oh quanto si attacca!

La mia grande abilità si manifesta nel tempo di un respiro: in meno di un minuto ascolto segreti, raccolgo desideri, riconosco paure e amori.

Ah, gli umani! Alcuni mi abbracciano, mi stringono; altri mi guardano più timidi. Sì, ci sono anche quelli che mi cospargono di lacrime. Le versano, le riversano, mi versano!

In alcuni giorni, la mia vita è molto movimentata. Mi piace, tuttavia! Il rumore squillante che fa, le risate, le belle parole. E gli applausi. Ce ne sono spesso.

Quanto vivo? Molto poco, ve l’ho detto. Il tempo breve di un “cin cin”.

Cosa ci guadagno?

La speranza. Non è forse quella che tiene in vita tutti?

Sì tutti. Anche un brindisi come me.