IL POTERE SUPREMO DELLE “TO DO LIST”

Sottotitolo: Perché le nostre vite sono determinate dalle liste di cose da fare

-----Il problema di avere (molte o alcune) cose da fare consiste, principalmente, nel ricordarsi di farle. Strumenti e sistemi di aiuto alla memoria si sono via via diffusi nel corso degli anni, sviluppandosi ed evolvendosi per rispondere alle esigenze di persone diversamente  (dis)organizzate.

Ultimamente è abitudine comune inserire le cose da fare in una lista, chiamata appunto “To do List” e disponibile in formato cartaceo o digitale, a seconda delle preferenze di chi sceglie di usarla.

Ho come l’impressione che inserire le cose da fare in una lista non aiuti semplicemente a ricordarle, ma sia una specie di monito e di invito costante a metterle in pratica. Non a caso, in queste liste, ci sono impegni di lavoro, scadenze da rispettare, bollette da pagare: tutte quelle attività, insomma, intese come “dovere” e quindi opposte al “piacere”.

Per riuscire a dedicarsi alle proprie passioni, allora, basta creare una “To do List” alternativa, che contenga hobby, desideri, numeri e nomi di persone con cui si vorrebbe condividere del tempo.

Probabilmente, davanti al potere supremo di questo tipo di “To do List” eviteremmo di fare ciò che solitamente facciamo: rimandare il piacere, arrendersi alla convizione che non ci sia mai tempo.

E’ vero: non c’è mai tempo, ma vale la pena tentare.

Nomicosecittà tenta con una “To do List” alternativa. Eccola: 

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Etichette sulla bocca di tutti

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Michele, un giovane ragazzo friulano si è suicidato, perché stanco di inseguire un futuro che, semplicemente, non esiste. Aveva solo 30 anni, come me.

Era precario, come me. Aveva un naso, due occhi, sogni e capacità.

Michele non ce l’ha fatta e ha scelto di andarsene, in piena coscienza e in libertà.

Prima di togliersi la vita, ha scritto una lettera lucida, sincera e al tempo stesso straziante.

In ognuna di quelle parole ritrovo la mia vita, la mia storia e quella di tanti precari come me.

Michele, io e tanti altri siamo stati prima disoccupati, poi bamboccioni, poi choosy e con la puzza sotto il naso. In seguito precari, cervelli in fuga (e alcuni “meglio non averli tra i piedi”).

Rincorriamo colloqui, leggiamo annunci, inviamo curriculum in più lingue e lettere di presentazione, motivazione, rassicurazione, esercitazione.

Mandiamo e-mail, oppure facciamo il “porta a porta”. Prendiamo aerei, treni, bus. Facciamo stage, periodi di prova, doppi turni.

Michele, io e tanti altri anonimi siamo sagome in serie a formare il grande gruppo semantico dei cosiddetti GIOVANI.

Siamo oggetto di riforme, di preghiere, di talk show, di propagande politiche e campagne pubblicitarie.

Siamo destinatari di voucher, promesse, contratti a termine, pacche sulle spalle, consigli, suggerimenti, prediche.

Tutti sanno cosa è meglio per noi, cosa avremmo dovuto fare meglio, meno, di più, più lentamente, più velocemente, in due lingue, anzi in tre.

Michele, io e tanti altri siamo, insomma, etichette. Parole volanti, sulla bocca di tutti.

E, infatti, di Michele si parlerà nei telegiornali, nei salotti televisivi, forse al bar e persino al parrucchiere.

Per qualche giorno, la storia di Michele – una delle tante parole volanti – sarà la parola volante più pronunciata.

E di questo vorrei chiedere perdono a Michele.

Provo una grande rabbia e un forte senso di smarrimento; prego, tuttavia, che nessuno osi giudicare (nel bene o nel male) il gesto di Michele.

Sarebbe più utile dedicarsi a politiche e azioni concrete.

Una domanda aperta sul Fertility Day

Gentilissima ministra Beatrice Lorenzin,

sono una giovane professionista precaria.

Non intendo criticare la pubblicità progresso lanciata dal suo Ministero -a questo ci hanno pensato già i social -anche se essa sembra rifarsi a una concezione piuttosto antica del ruolo della donna. Mi limiterò, dunque, ad analizzare insieme a lei l’idea del “Fertility day“.

Come premessa dirò che ho 30 anni e che io, personalmente, vorrei avere dei figli, pur rispettando (e benedicendo!) la legittima libertà di altre donne di non averne.

Lo ripeto: vorrei avere dei figli, ma uso il condizionale, perché non posso avere figli. Non fino a quando sarò costretta a mandare il mio Curriculum Vitae in ogni parte del mondo, accettando di poter partire da un momento all’altro in qualsiasi luogo. Vorrei dei figli, ma non potrò averne fino a quando mi saranno proposte retribuzioni insufficienti alla mia singola vita (figuriamoci a quella di un neonato). Non posso avere figli, perché questo significa gravare sul bilancio economico della mia famiglia (vivo con i miei genitori, per i motivi succitati). Non posso avere figli, perché il mio futuro non riesco neanche a immaginarlo.

Sì, vorrei avere dei figli. Mi piacerebbe educarli, coccolarli, raccontare loro di un mondo umano in cui i sogni si realizzano.

E invece, pare che a partire da oggi sarò costretta a guardare grandi manifesti che mi ricordano che sarò bella per sempre, ma non fertile. Che mi invitano a darmi una mossa e a non aspettare la cicogna.

aaaaa

 

Ecco, io adesso saprei cambiare un pannolino, ma a tutto questo non sono pronta. E non oso neanche immaginare come si siano sentite le donne che, per problemi di salute, non possono avere figli o che ancora stanno combattendo per realizzare il loro desiderio di maternità.

 

Le chiedo, dunque, in che modo potrebbe aiutarci un “Fertility Day”?

Per evitare che un Paese si spopoli, non si potrebbe per esempio impedire che un’intera generazione di suoi abitanti lo abbandoni per cercare altrove condizioni di vita più dignitose?