Il lancio del bouquet

Non è necessario essere donne, o donne single. Tutti, minorenni o maggiorenni, donne o uomini, single o impegnati, tutti, almeno una volta nella vita, hanno vissuto il momento del lancio del bouquet della sposa, durante un matrimonio.

C’è chi vi ha assistito, chi vi ha autonomamente partecipato, chi lo ha subìto. Chi non crede, ma tenta; chi crede e non si arrende; chi lo prende e poi si sposa veramente. Chi: “ma questa è la fila per lo Spritz?”.

In tutti questi casi, la platea degli invitati si divide – più o meno – così:

PRIMA SCHIERA: LE DONNE

Single o fidanzate, alcune ci provano sul serio perché nella loro visione romantica della vita, il destino potrebbe lanciare loro un segnale a forma di bouquet. Altre si buttano nella mischia, per divertimento, per solidarietà alle suddette romantiche o, semplicemente, per non scontentare l’amica sposa.

 

SECONDA SCHIERA: LE MAMME, LE ZIE E LE NONNE

Ovvero quelle figure mitologiche a metà tra cheerleader e tenenti. Sono capaci di aspettare il momento del lancio, molto più che le loro figlie e nipoti. E non accettano esitazioni! Si combatte e si lotta per il bottino. E se si perde, occhi bassi in attesa del prossimo matrimonio. E non c’è nulla da aggiungere.

TERZA SCHIERA: GLI UOMINI

Ad ogni età, nessun uomo perderebbe mai lo spettacolo di venti donne tutte in fila, tutte in tiro e, sopratutto, tutte zitte. E questo è quanto.

QUARTA E ULTIMA SCHIERA: LA DONNA RACCOMANDATA

No, la meritocrazia non esiste (nemmeno ai matrimoni), perché c’è sempre quella ragazza che… “ma com’è possibile che tu sia single?”. Solitamente non è una top model, ma ha un fascino speciale che la rende bella, simpatica e intelligente. E’ che proprio con gli uomini non è fortunata…   Beh, per lei vengono attuate specifiche strategie: collocazione in tavolo di soli uomini (professionisti e single: tutti tranne uno, l’unico davvero interessante), condivisione di sue foto durante l’addio al celibato e, naturalmente, richiamo al microfono prima del lancio del bouquet. Diciamo che questo teatrino si sta compiendo solo per lei, per buttarle addosso un mazzo di illusioni floreali.

Lei è in prima fila, nella precisa direzione del bouquet, ma…

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la sua vicina ha una preparazione atletica degna delle Olimpiadi.

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E anche questo è quanto.

 

 

 

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Una domanda aperta sul Fertility Day

Gentilissima ministra Beatrice Lorenzin,

sono una giovane professionista precaria.

Non intendo criticare la pubblicità progresso lanciata dal suo Ministero -a questo ci hanno pensato già i social -anche se essa sembra rifarsi a una concezione piuttosto antica del ruolo della donna. Mi limiterò, dunque, ad analizzare insieme a lei l’idea del “Fertility day“.

Come premessa dirò che ho 30 anni e che io, personalmente, vorrei avere dei figli, pur rispettando (e benedicendo!) la legittima libertà di altre donne di non averne.

Lo ripeto: vorrei avere dei figli, ma uso il condizionale, perché non posso avere figli. Non fino a quando sarò costretta a mandare il mio Curriculum Vitae in ogni parte del mondo, accettando di poter partire da un momento all’altro in qualsiasi luogo. Vorrei dei figli, ma non potrò averne fino a quando mi saranno proposte retribuzioni insufficienti alla mia singola vita (figuriamoci a quella di un neonato). Non posso avere figli, perché questo significa gravare sul bilancio economico della mia famiglia (vivo con i miei genitori, per i motivi succitati). Non posso avere figli, perché il mio futuro non riesco neanche a immaginarlo.

Sì, vorrei avere dei figli. Mi piacerebbe educarli, coccolarli, raccontare loro di un mondo umano in cui i sogni si realizzano.

E invece, pare che a partire da oggi sarò costretta a guardare grandi manifesti che mi ricordano che sarò bella per sempre, ma non fertile. Che mi invitano a darmi una mossa e a non aspettare la cicogna.

aaaaa

 

Ecco, io adesso saprei cambiare un pannolino, ma a tutto questo non sono pronta. E non oso neanche immaginare come si siano sentite le donne che, per problemi di salute, non possono avere figli o che ancora stanno combattendo per realizzare il loro desiderio di maternità.

 

Le chiedo, dunque, in che modo potrebbe aiutarci un “Fertility Day”?

Per evitare che un Paese si spopoli, non si potrebbe per esempio impedire che un’intera generazione di suoi abitanti lo abbandoni per cercare altrove condizioni di vita più dignitose?

 

Guardare. Ma dove?

Ci sono ragazzi che guardano la televisione, invece di ammirare le ragazze.

Ci sono donne che guardano il cellulare e non gli uomini seduti al tavolo accanto.smartphone addictedC’è un automobilista che volge lo sguardo verso una passante, piuttosto che sulla strada davanti a sé.

C’è una mamma che spia il balcone della vicina, invece che il suo bambino.

Ci siamo noi che guardiamo lo schermo di un pc e non la primavera che sta esplodendo fuori dalla finestra.

Insomma: tutti guardiamo qualcosa.

Il problema, forse, è che guardiamo nella direzione sbagliata.

VITA DA A-SOCIAL seconda puntata: Facebook, the big family

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Inizia tutto così. Con una notifica, come tante altre. Poi apri Facebook e c’è il numerino 1 rosso, sul simbolo delle richieste di amicizia.

Tu ci clicchi su, sperando che possa essere una bella biondona, con gli occhi color del cielo o un gran figo muscoloso (a seconda dei tuoi gusti).

E invece ti trovi l’insospettabile, inaspettato, sorprendente, imprevedibile, inatteso, imprevisto nome di…… tua madre! E no, non è un’omonimia. E’ solo che tua madre è una teen ager dentro e ora muore dalla voglia di dimostrartelo.

Qui iniziano i guai.

Perché tu muori dall’irresistibile desiderio di taggare tua madre in quei post futuristi, tipo: “l’ottima teglia di patate riso e cozze, grazie mamma!” Però allo stesso tempo dovresti: rivedere l’album fotografico del tuo viaggio ad Amsterdam, non propriamente culturale; cancellare quello stato così amato dalla comunità, in cui ti proclamavi orgogliosamente ubriaco, dopo una serata in spiaggia in cui ti eri esibito/a mezzo/a nudo/a in discutibili performances canore (il tutto a pochi giorni dal tuo esame di diritto privato). E ancora cancellare quelle foto profilo, un po’… come dire… audaci, in cui ti mostri per quello che sei veramente, così per onorare il gran bel lavoro fatto dai tuoi genitori. E che dire dei gruppi  a cui sei iscritto/a? Per citarne il più sobrio: “Improbabili scuse da dire ai genitori per coprire incredibili serate da sballo”.

Ecco, da quando hai visualizzato quella richiesta di amicizia sono passati solo 40 secondi e la tua vita è cambiata. Immagina in due minuti di riflessione, quanti post imbarazzanti riusciresti a ricordare!

Ma rifiutare la mamma, significa esplicitamente dichiarare una colpa. Dunque accetti, forte del fatto che tu conosci le impostazioni della privacy, lei no. Tua madre vedrà solo una parte (quella angelica) del tuo profilo. E il sottofondo musicale di questa tua geniale trovata, fa più o meno così: http://www.youtube.com/watch?v=CoZ2z3Fb1I0

#RESTATECONNESSI e alla prossima puntata!