MICRORACCONTI SENZA NOME, #15

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«Ah povera me, ah perduta me! Morirò d’amor…».

Come ogni mattina, Elsa salutava il nuovo giorno con i suoi lamenti d’amore.

Oh come piangeva e sospirava quella grande quercia dal cuore tenero!

Il suo amore a intermittenza durava come dura il buio. L’estate, il tempo della notte; l’inverno, qualche ora in più.

Il suo innamorato era vecchio quanto lei. Alto un po’ meno di lei, ma elegante, robusto e dallo stile inconfondibile.

Si erano conosciuti e innamorati in una notte gelida, quando la città fu cosparsa da un’abbondante e inattesa nevicata.

I due iniziarono a raccontarsi della loro vita, offrendosi pensieri e ricordi di bambini. Chiacchierarono, risero e flirtarono fino a quando lui si spense, all’improvviso. Divenne buio e muto, e non rispose più per qualche ora.

Poi si riaccese e fu di nuovo amore.

All’inizio la povera Elsa si disperava, e piangeva e non capiva.

Poi comprese. E da allora, ogni notte ama e ogni mattina piange:

«Oh povera me! Perché mi sono innamorata di un lampione?».

Speravo in un bacio

Uno splendido tramonto e una coppia di anziani, intenti a guardarlo. Si conoscevano? Erano innamorati? Non possiamo saperlo, ma lo abbiamo immaginato. Ne è nato questo racconto, scritto a quattro mani da me e da Marco Napoletano. Non abbiamo stabilito una regola, né un finale. Abbiamo scritto una storia, a turno, continuando lì dove l’altro aveva finito. 

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– A che pensi?

– A niente.

– Ma come? Davanti a te c’è tutto questo e tu non pensi a nulla?

– No. Proprio perché ho questo spettacolo davanti ai miei occhi non ho voglia di pensare. Ammiro.

– A me invece fa pensare.

– A cosa?

– A tutto, a noi, a cosa abbiamo costruito insieme. Ai nostri figli e ai nostri nipoti.

– E sono bei pensieri?

– Beh, se non fossero belli non sarei qui con te seduta su una panchina a guardare il mare.

– Hai ragione. La gente ci guarda lo sai?

– Lo so. Quei ragazzi ci fissano come se fosse strano che una coppia di anziani possa ancora godersi certi momenti. Ma secondo te possono capire la bellezza di questi momenti?

– No. Assolutamente no. Io e te veniamo qui per tutto questo, loro no. Loro sono spettatori inconsapevoli.

– Credi che i nostri nipoti siano come loro?

– Non lo so. Non credo. E poi adesso non voglio pensare. Te l’ho detto no?

– Secondo me non sono come loro. Secondo me anche loro guarderebbero il mare e non gli darebbero certo le spalle.

– Me lo auguro. È impossibile non restare imbambolati da tutto questo.

– Sei sempre stato così. Ti conosco da 60 anni e non sei cambiato di una virgola. E ti amo per tutto ciò che sei.

– Grazie!

– Sapevo che avresti risposto così e non con un “Ti amo anch’io”.

– Mi conosci. Solo tu mi conosci così bene.

– Solo io ti conosco così bene e mantengo il segreto.

– Ah Ah

– Che c’è da ridere?

– Sei gelosa. Alla nostra età, sei sempre la solita gelosa.

– Io? Ma quando mai!

– La stessa risposta che mi davi quando avevi vent’anni. Allora sì che avevi ragione… mi guardavano tutte!

– Secondo me ti guardano ancora!

– Sì, i dottori mi guardano…

– No, le altre nonne ti guardano, quando vai a prendere Giulia dall’asilo.

– Hai ragione. Mi guardano, perché le mie camicie sono sempre perfette. Belle, profumate, stirate.

– Sarà per quello… Sta tramontando. Che dici, rientriamo?

– E proprio sul più bello dobbiamo andare via? Ti ho portata qui proprio per questo. Poi, quando bevi quel vino della vigna nostra, diventi molto romantica…

– Io non sono romantica. Sono coraggiosa, perché continuo a dirti che ti amo.

– E io sono onesto, perché continuo a ringraziarti.

– Ah, sei onesto? Però la prima volta che mi hai visto, che bella bugia che hai inventato con mio padre!

– Eh, sessant’anni fa… Cosa potevo dire? “Signor Giuseppe, io faccio il contadino e vostra figlia mi piace assai?” Così gli dissi che avevo un posto…

– Sì, un posto alle poste. Che fantasia!

– Evviva la fantasia. Se non era per quella, il mio vino chissà chi lo avrebbe bevuto!

– Hai ragione. Evviva la fantasia, e pure il vino. Che di quel colore solo tu lo sai fare. Quasi rosso, ma un po’ più che rosato. Che ti posso dire…È speciale.

– Guarda il sole, guardalo adesso.

– Ecco. È questo il colore del tuo vino.

– Ricordo perfettamente quando mi innamorai del sole. Ero ragazzino e aiutavo mio padre nel vigneto, ma all’improvviso lui si fermò, si tolse il cappello e si andò a sedere sul carretto. Era di spalle a tutti noi e lo guardava. Guardava il sole Sofia. Si voltò verso di me e fece cenno di sedermi vicino a lui, io lo ascoltai come sempre e rimasi folgorato all’istante. Dissi tra me e me, il mio vino sarà rosso come questo sole.

– Ed è esattamente così. Come questo nostro sole, Carlo.

– Lo dici solo perché mi ami.

– Lo dicono tutti. Il tuo vino è come te.

– Speciale?

– Sì, speciale

– Ho fatto bene a portarti qui.

– Perché?

– Hai appena detto che sono speciale e che faccio un vino speciale…

– Sì

– E a me serviva proprio un posto speciale.

– Per fare cosa?

– Per dirti che ti amo. Non te lo dico mai. Ma questo posto è speciale, questo sole è speciale. E tu sei molto bella.

– Ma…

– Schh.. Sei molto bella e io ti amo. Ecco l’ho detto.

– Grazie.

– Ah, mi prendi in giro?

– No, è che…

– Cosa?

– Vorrei proprio darti un bacio.

– Vuoi fare ridere quei ragazzini, eh?

– No, voglio darti un bacio.

– E io speravo in un bacio.

 

Microracconti senza nome, #9

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Illustrazione di Giuseppe Fanelli

 

Sto davanti a lei ogni giovedì.

Quel che so di lei, lo avevo appreso nel piccolo tempo di una vacanza in montagna. Venti anni fa, quando entrambi eravamo adolescenti.

Mi ricordo che aveva fatto una battuta su Joe Strummer. E nessuno aveva riso, tranne me. In realtà non era una battuta simpatica, ma io volevo solo dimostrarle di essere come lei. Un po’.

Solo che lei era bella, decisamente troppo per me. E così la mia risata si disperse nell’aria, prima ancora di incontrare il suo udito.

Del resto io ero un tipo insignificante. Come se non bastasse, mi ero messo in testa di fare un reportage sulla vacanza in montagna.

Così passai tre giorni con la videocamera tra le mani.

Riprendevo le scarpinate, e poi le pause al lago. Ripresi perfino le soste al rifugio.

Adesso sono un avvocato. E del mio sogno hollywoodiano rimane una videocassetta consumata, che riguardo ogni giovedì.

Una manciata di secondi al minuto 12.34, quando compare lei.

Ed è un oscar di bellezza.

Microracconti senza nome, #6

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Trees by Davut Toy

«Che bel sole questa mattina».

«Ina ina ina…»

«Vento, ancora non mi riconosci? Non sono Ina, io mi chiamo Pano e sono il tulipano rosa che ti saluta ogni giorno!»

«Orno orno orno…»

«Se torno, mi chiedi? Ma io resto qui, non vado mica via»

«Via via via»

E il tulipano se ne andò, come gli chiese di fare il vento.

Ma non provò dolore. Solo disse: «Certo dal vento mi aspettavo un addio più originale!».

Questo racconto è stato scritto utilizzando le parole “tempo” e “dolore”, candidate sulla pagina Facebook di Nomicosecittà”, da Francesco M. 

Microracconti senza nome, #4

Alcuni giocavano con la pasta di sale,

facevano forme: chi bene, chi male.

Poi preparavano dolci e pasticci

tra pasta di zucchero e molti capricci.

Per Mauro era uno il rimpianto:

la pasta al sugo, quella soltanto.

Era celiaco fin da piccino

per colpa del glutine birichino!

Giurassico fu il suo lamento

durò per secoli, forse cento!

Chiedeva pasta quel dinosauro

che aveva un nome ed era Mauro.

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