Microracconti senza nome, #10

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Marc Chagall

Dentro la mia testa, è un treno impazzito.

Si allontana e poi ritorna,

corre senza meta,

poi rallenta e si ferma,

poi avanza, riprende…

Dentro la mia testa, sono mille i colori,

tante parole e nessuna certezza.

Il treno deraglia,

ma io conservo con cura

un vaso di fiori.

Questo racconto è stato scritto utilizzando la parola “cura”, candidata sulla pagina Facebook di Nomicosecittà”, da Donatella L. 

 

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Guardare. Ma dove?

Ci sono ragazzi che guardano la televisione, invece di ammirare le ragazze.

Ci sono donne che guardano il cellulare e non gli uomini seduti al tavolo accanto.smartphone addictedC’è un automobilista che volge lo sguardo verso una passante, piuttosto che sulla strada davanti a sé.

C’è una mamma che spia il balcone della vicina, invece che il suo bambino.

Ci siamo noi che guardiamo lo schermo di un pc e non la primavera che sta esplodendo fuori dalla finestra.

Insomma: tutti guardiamo qualcosa.

Il problema, forse, è che guardiamo nella direzione sbagliata.

“maschi”, “femmine” e “ciucci”

“E’ vero, credetemi è accaduto…” cantava Modugno. E mi unisco a questa premessa, perché quanto sto per raccontarvi è assolutamente vero (come sempre), ed è successo nel 2015 in una grande città occidentale, europea ed italiana. Di quelle che ora si fanno chiamare “metropoli“.

La vignetta è di Francesco Lomoro

Disegno di Francesco Lomoro

Silvia, 27 anni, era ferma al semaforo nella sua automobile. La signora Teresa, 40 anni circa, l’ha tamponata bruscamente, provocando numerosi danni all’auto di Silvia.

Dopo pochi minuti è arrivato Piero, il marito di Teresa. Un omone, alto, robusto, con un grosso pancione e completamente calvo.

Dopo aver accertato che sua moglie avesse torto e dopo averla rimproverata a dovere, Piero ha detto a Silvia:

“Chiama tuo padre o il ragazzo tuo. Io non parlo con le femmine“.

Dopo qualche istante di totale imbarazzo, Silvia gli ha spiegato di essere assolutamente in grado di gestire tutte le pratiche del caso.

Ma lui ha insistito. Duro come la sua grettezza e la sua ignoranza.

“Non ce l’hai il ragazzo? Allora chiama tuo padre. Voglio parlare con i maschi“.

Conquiste secolari smorzate da una pancia enorme, in pochi secondi.

“Sinnerman” gli avrebbe cantato Nina Simone; e neanche Rita Levi Montalcini avrebbe trovato, in lui, un briciolo di scienza; forse un verso di Alda Merini avrebbe potuto addolcire quella sua testardaggine. E chissà, la piccola Malala, gli avrebbe mostrato la forza e l’intelletto di certe “piccole” donne.

Ma “a lavare la testa al ciuccio, si perde tempo, acqua e sapone!!”

E così dopo qualche minuto è arrivato Francesco, il fidanzato di Silvia.

Nulla di nuovo nella discussione, nulla di diverso rispetto a quello che Silvia già aveva detto.

Piero e Francesco giungono a un accordo.

“Allora ci sentiamo domani al telefono signor Piero”, gli dice Silvia.

E lui, rivolgendosi a Francesco, gli dice:

“Non ti preoccupare. Non la chiamo la ragazza tua. Mi faccio avere il numero del padre”.

“No signor Piero, non mi chiami. Mi faccia chiamare da sua madre, sperando che non sia di nuovo incinta!”

Storia di un semaforo

Alcuni saggi dicono che noi viviamo nella società dell’immagine, dove tutto è fatto di foto, simboli, segni.

Altri studiosi, poi, dicono che la nostra è una vita frenetica, frettolosa, piena di ansia.

Beh, io credo di aver trovato un angolo della mia città, in cui i due fenomeni (l’immagine e l’ansia) coincidono perfettamente. Ma non sono sicura che questa sia una buona idea.

L’angolo di cui parlo è (per i baresi) quello tra corso Vittorio Emanuele e corso Cavour. L’oggetto incriminato è un semaforo. Sono sicura che questo discorso, però, non riguardi solo i baresi. Ritengo, infatti, che anche in altre città ci siano semafori così “generosi”

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Inizia tutto così. E’ verde per i pedoni e tu inizi ad attraversare. Dopo pochissimo, l’amico semaforo, ti fissa e fa partire un conto alla rovescia. Sorpreeesa! Allora tu vai tranquilla, perchè pensi che in 4 secondi riuscirai ad attraversare. Ma per fare questa considerazione, hai bruciato un secondo!

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O forse due.

Considerando che non avevi mai fatto caso a questa novità…

Pensi: “Ma come siamo all’avanguardia!”

Insomma: alzi il passo, accelleri ed eccola lì…

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L’ANSIA!

Un solo secondo per raggiungere il marciapiede.

Ma sì, ce la si fa. Ovvio.

solo che: era davvero necessario un timer?