È giusto cancellare le parole?

Il presidente Usa, Donald Trump, ha deciso di “cancellare” alcune parole, vietandone l’uso alla massima autorità sanitaria statunitense: il Center for Disease Control and Prevention.

Le parole incriminate sono: vulnerableentitlementdiversitytransgenderfetusevidence-basedscience-based (vulnerabile, diritto, diversità, transessuale, feto, basato sulle evidenze, basato sulla scienza).

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Al di là delle “evidenze” oggettive, mi pare lecito chiedersi se cancellare una parola come “diritto” non significhi, in fin dei conti, cancellare anche il suo significato. In un’epoca storica in cui la comunicazione è al centro delle nostre vite quotidiane, seppure in maniera distorta e spesso virtuale, è davvero una buona idea cancellare alcune parole?

Il gioco potrebbe diventare “virale” e, forse, “pericoloso”. Ognuno di noi, infatti, avrebbe il diritto (ops!) di candidare le proprie parole da cancellare, sulla scorta di idee politiche e perfino in base all’umore del momento. Io, ad esempio, potrei voler cancellare le parole che insultano, specie quelle che generano offese xenofobe, sessiste e omofobe. E probabilmente, ma è una ipotesi non basata sulla scienza (ops!), sarebbe interessante poter cancellare alcune parole, se questo servisse ad eliminare il carico semantico che rappresentano, il significato di cui si fanno segno.

Ma in tutta questa storia c’è qualcosa che non convince, e anzi, dovrebbe spaventarci. La stessa idea di cancellare un fenomeno o una realtà, attraverso la parola che li descrive, è una magia terrificante. E questo non solo per il viaggio meraviglioso che le parole hanno fatto nei millenni, per le lotte che hanno combattuto (perdendo e vincendo), per il talento che hanno concesso a molti di noi e per l’abilità che hanno donato a tutti noi di poter entrare in relazione con i nostri simili e con le cose del mondo. Non è, infatti, spaventoso questo nostro potere di cancellare qualcosa a nostro piacimento, solo perché non la accettiamo e non la comprendiamo? Non è infatti orribile quel vuoto determinato dallo “spostare” parole-fatti che ostacolano la nostra visione del bello e del giusto?

In questo senso molto ci ha già insegnato la storia. E se è vero che spesso trascuriamo la lezione del passato, è anche vero che farsi delle domande può essere un modo per ripartire.

Ed ecco allora la domanda iniziale: è giusto cancellare le parole?

Noi siamo qui, all’alba del 2018. E ci siamo arrivati attraverso il boom economico e poi la crisi, l’inflazione, il capitalismo malato, le guerre e i risorgimenti e poi di nuovo le guerre, civili, religiose, sanguinarie. Il nostro horror vacui ha riempito il mondo di tutte le cose, spesso distribuendole male, e creando una divisione tra chi ha e chi non ha; tra chi ha troppo e chi ha poco. E, davvero, di tutte queste cose vogliamo disfarci proprio delle parole?

Perché? Ci fanno paura, forse? Sono un’arma quando feriscono e un volano di potere quando uniscono. Allora qualcuno decide che forse potremmo privarcene, e stila una prima lista. Poi cosa succederà? Ci saranno altre parole “scomode”, “brutte”, “non utili”?

Come sempre, è difficile trovare una risposta, ma c’è sempre un’alternativa: ripartire dai noi stessi. Non privarci delle parole, ma imparare ad usarle con cura e con amore. Educarci a praticare bellezza e umanità, anche e soprattutto attraverso le parole.

Come conclusione personale, mi piacerebbe aggiungere che “diversità” è senza dubbio una delle più belle parole in tutte le lingue del mondo, perché è prezioso il significato che veicola. La diversità è un tesoro enorme di cui abbiamo tanto bisogno, adesso come non mai.

 

 

Le parole possono abbattere i muri?

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La parola “muro” è stata molto in voga negli ultimi mesi, nell’ambito della campagna elettorale di Donald Trump. E’ servita ad alimentare promesse, a condire programmi futuri, a riscaldare gli animi, a suscitare reazioni.

Sembra, insomma, che Donald Trump (probabilmente “a sua insaputa”, giusto per seguire le mode) si sia mosso nel solco degli insegnamenti degli antichi scriptores.

Nell’Orator Cicerone afferma che il discorso di un buon oratore deve rispondere a tre obiettivi: probare (convincere), delectare (dilettare) e flectere (commuovere).

Non si fa un banale gioco di parole, se si afferma che sul sostantivo  “muro” Donald Trump abbia “costruito” una buona parte del suo programma politico, ottenendo di fatto la fiducia e il voto dei suoi elettori.

Forse, i più pensavano che quel muro fosse una “metafora”, una sorta di lente di ingrandimento utile solo ad annunciare la direzione che l’operato di Trump avrebbe preso.

E invece fuor di metafora quella parola sta rispettando se stessa, e non solo.

Da suono urlato è diventata parola scritta e presto sarà cemento.

Donald Trump ha, infatti, firmato l’atto esecutivo con cui si dà avvio alla costruzione di un muro lungo il confine tra Usa e Messico.

Reazioni di sconcerto arrivano da più parti del Mondo e tutte viaggiano sulle parole.

Una società che ha completamente smarrito l’amore per la parola e l’interesse per la sua storia e per la sua evoluzione chiede oggi alla parola di abbattere un muro.

Forse la nostra generazione ha creduto poco nel valore della parola, pur riconoscendo a questo strumento un grande potere: purtroppo non quello di trasferire la verità (lezione anche questa proveniente dagli antichi), ma quello di distorcerla.

Svuotata della sua potenzialità etica e civile, la parola è stata usata come un’arma per praticare l’offesa, l’insulto, la discriminazione e l’esclusione.

Oggi, di fronte al muro, rimpiangiamo le vecchie parole. Vorremmo che ci salvassero dal male. Allora coccoliamo quelle che ci sono rimaste, le conserviamo come in tempo di guerra, ne facciamo economia: le ultime le abbiamo spese proprio contro un bambino (il figlio di Trump). “Battute leggere e simpatiche”, ci siamo detti.

Niente panico. Scenderemo in cantina a cercare le nostre parole di pace, uguaglianza e libertà e ne faremo bella mostra.

Ma saranno disposte le nostre parole a lasciare Facebook per diventare politiche concrete? Si ricorderanno le nostre parole di esistere come piccole azioni quotidiane nelle nostre case, nelle nostre scuole e nei nostri quartieri? Si tufferanno mai le nostre parole a salvare quel ventiduenne che sta affogando?

Saranno mai le nostre parole più forti dell’odio e del cemento?

Sì. Solo devono allenarsi e rimettersi in forma.

Angela M. Lomoro