Le parole possono abbattere i muri?

muro

La parola “muro” è stata molto in voga negli ultimi mesi, nell’ambito della campagna elettorale di Donald Trump. E’ servita ad alimentare promesse, a condire programmi futuri, a riscaldare gli animi, a suscitare reazioni.

Sembra, insomma, che Donald Trump (probabilmente “a sua insaputa”, giusto per seguire le mode) si sia mosso nel solco degli insegnamenti degli antichi scriptores.

Nell’Orator Cicerone afferma che il discorso di un buon oratore deve rispondere a tre obiettivi: probare (convincere), delectare (dilettare) e flectere (commuovere).

Non si fa un banale gioco di parole, se si afferma che sul sostantivo  “muro” Donald Trump abbia “costruito” una buona parte del suo programma politico, ottenendo di fatto la fiducia e il voto dei suoi elettori.

Forse, i più pensavano che quel muro fosse una “metafora”, una sorta di lente di ingrandimento utile solo ad annunciare la direzione che l’operato di Trump avrebbe preso.

E invece fuor di metafora quella parola sta rispettando se stessa, e non solo.

Da suono urlato è diventata parola scritta e presto sarà cemento.

Donald Trump ha, infatti, firmato l’atto esecutivo con cui si dà avvio alla costruzione di un muro lungo il confine tra Usa e Messico.

Reazioni di sconcerto arrivano da più parti del Mondo e tutte viaggiano sulle parole.

Una società che ha completamente smarrito l’amore per la parola e l’interesse per la sua storia e per la sua evoluzione chiede oggi alla parola di abbattere un muro.

Forse la nostra generazione ha creduto poco nel valore della parola, pur riconoscendo a questo strumento un grande potere: purtroppo non quello di trasferire la verità (lezione anche questa proveniente dagli antichi), ma quello di distorcerla.

Svuotata della sua potenzialità etica e civile, la parola è stata usata come un’arma per praticare l’offesa, l’insulto, la discriminazione e l’esclusione.

Oggi, di fronte al muro, rimpiangiamo le vecchie parole. Vorremmo che ci salvassero dal male. Allora coccoliamo quelle che ci sono rimaste, le conserviamo come in tempo di guerra, ne facciamo economia: le ultime le abbiamo spese proprio contro un bambino (il figlio di Trump). “Battute leggere e simpatiche”, ci siamo detti.

Niente panico. Scenderemo in cantina a cercare le nostre parole di pace, uguaglianza e libertà e ne faremo bella mostra.

Ma saranno disposte le nostre parole a lasciare Facebook per diventare politiche concrete? Si ricorderanno le nostre parole di esistere come piccole azioni quotidiane nelle nostre case, nelle nostre scuole e nei nostri quartieri? Si tufferanno mai le nostre parole a salvare quel ventiduenne che sta affogando?

Saranno mai le nostre parole più forti dell’odio e del cemento?

Sì. Solo devono allenarsi e rimettersi in forma.

Angela M. Lomoro

 

 

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Il lancio del bouquet

Non è necessario essere donne, o donne single. Tutti, minorenni o maggiorenni, donne o uomini, single o impegnati, tutti, almeno una volta nella vita, hanno vissuto il momento del lancio del bouquet della sposa, durante un matrimonio.

C’è chi vi ha assistito, chi vi ha autonomamente partecipato, chi lo ha subìto. Chi non crede, ma tenta; chi crede e non si arrende; chi lo prende e poi si sposa veramente. Chi: “ma questa è la fila per lo Spritz?”.

In tutti questi casi, la platea degli invitati si divide – più o meno – così:

PRIMA SCHIERA: LE DONNE

Single o fidanzate, alcune ci provano sul serio perché nella loro visione romantica della vita, il destino potrebbe lanciare loro un segnale a forma di bouquet. Altre si buttano nella mischia, per divertimento, per solidarietà alle suddette romantiche o, semplicemente, per non scontentare l’amica sposa.

 

SECONDA SCHIERA: LE MAMME, LE ZIE E LE NONNE

Ovvero quelle figure mitologiche a metà tra cheerleader e tenenti. Sono capaci di aspettare il momento del lancio, molto più che le loro figlie e nipoti. E non accettano esitazioni! Si combatte e si lotta per il bottino. E se si perde, occhi bassi in attesa del prossimo matrimonio. E non c’è nulla da aggiungere.

TERZA SCHIERA: GLI UOMINI

Ad ogni età, nessun uomo perderebbe mai lo spettacolo di venti donne tutte in fila, tutte in tiro e, sopratutto, tutte zitte. E questo è quanto.

QUARTA E ULTIMA SCHIERA: LA DONNA RACCOMANDATA

No, la meritocrazia non esiste (nemmeno ai matrimoni), perché c’è sempre quella ragazza che… “ma com’è possibile che tu sia single?”. Solitamente non è una top model, ma ha un fascino speciale che la rende bella, simpatica e intelligente. E’ che proprio con gli uomini non è fortunata…   Beh, per lei vengono attuate specifiche strategie: collocazione in tavolo di soli uomini (professionisti e single: tutti tranne uno, l’unico davvero interessante), condivisione di sue foto durante l’addio al celibato e, naturalmente, richiamo al microfono prima del lancio del bouquet. Diciamo che questo teatrino si sta compiendo solo per lei, per buttarle addosso un mazzo di illusioni floreali.

Lei è in prima fila, nella precisa direzione del bouquet, ma…

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la sua vicina ha una preparazione atletica degna delle Olimpiadi.

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E anche questo è quanto.

 

 

 

Guardare. Ma dove?

Ci sono ragazzi che guardano la televisione, invece di ammirare le ragazze.

Ci sono donne che guardano il cellulare e non gli uomini seduti al tavolo accanto.smartphone addictedC’è un automobilista che volge lo sguardo verso una passante, piuttosto che sulla strada davanti a sé.

C’è una mamma che spia il balcone della vicina, invece che il suo bambino.

Ci siamo noi che guardiamo lo schermo di un pc e non la primavera che sta esplodendo fuori dalla finestra.

Insomma: tutti guardiamo qualcosa.

Il problema, forse, è che guardiamo nella direzione sbagliata.

“maschi”, “femmine” e “ciucci”

“E’ vero, credetemi è accaduto…” cantava Modugno. E mi unisco a questa premessa, perché quanto sto per raccontarvi è assolutamente vero (come sempre), ed è successo nel 2015 in una grande città occidentale, europea ed italiana. Di quelle che ora si fanno chiamare “metropoli“.

La vignetta è di Francesco Lomoro

Disegno di Francesco Lomoro

Silvia, 27 anni, era ferma al semaforo nella sua automobile. La signora Teresa, 40 anni circa, l’ha tamponata bruscamente, provocando numerosi danni all’auto di Silvia.

Dopo pochi minuti è arrivato Piero, il marito di Teresa. Un omone, alto, robusto, con un grosso pancione e completamente calvo.

Dopo aver accertato che sua moglie avesse torto e dopo averla rimproverata a dovere, Piero ha detto a Silvia:

“Chiama tuo padre o il ragazzo tuo. Io non parlo con le femmine“.

Dopo qualche istante di totale imbarazzo, Silvia gli ha spiegato di essere assolutamente in grado di gestire tutte le pratiche del caso.

Ma lui ha insistito. Duro come la sua grettezza e la sua ignoranza.

“Non ce l’hai il ragazzo? Allora chiama tuo padre. Voglio parlare con i maschi“.

Conquiste secolari smorzate da una pancia enorme, in pochi secondi.

“Sinnerman” gli avrebbe cantato Nina Simone; e neanche Rita Levi Montalcini avrebbe trovato, in lui, un briciolo di scienza; forse un verso di Alda Merini avrebbe potuto addolcire quella sua testardaggine. E chissà, la piccola Malala, gli avrebbe mostrato la forza e l’intelletto di certe “piccole” donne.

Ma “a lavare la testa al ciuccio, si perde tempo, acqua e sapone!!”

E così dopo qualche minuto è arrivato Francesco, il fidanzato di Silvia.

Nulla di nuovo nella discussione, nulla di diverso rispetto a quello che Silvia già aveva detto.

Piero e Francesco giungono a un accordo.

“Allora ci sentiamo domani al telefono signor Piero”, gli dice Silvia.

E lui, rivolgendosi a Francesco, gli dice:

“Non ti preoccupare. Non la chiamo la ragazza tua. Mi faccio avere il numero del padre”.

“No signor Piero, non mi chiami. Mi faccia chiamare da sua madre, sperando che non sia di nuovo incinta!”