Una al mese

Ti penso. Non sempre, ma ti penso spesso. Son desideri, oppure rimpianti. Ma – in fondo – che differenza c’è? Comunque ti penso. Non sempre, ma ti penso spesso. Penso a cose semplici. A qualcosa che vorrei fare con te. Diciamo una cosa al mese. Almeno una, perché non ti penso sempre. Ti penso spesso.

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Le caldarroste! Vorrei preparare con te le caldarroste. Scottarmi le dita e seguire uno dei molteplici consigli su come far aprire bene le castagne. A novembre, una volta, vorrei mangiare con te le caldarroste. In un giorno di pioggia, con tutto il mondo fuori che si fa domande, che ci fa domande.

Vieni da me. Dammi un bacio, resta un po’ con me e poi vattene. Non ti farò credere di essere qui solo perché oggi è la festa degli innamorati. È solo febbraio, si può guarire. Guarirò, prima o poi.

Che bella giornata! Com’è splendente il sole di maggio. Facciamo una gita? Ti prometto che rientriamo in serata. Mi basta poco: un prato verde e le mie mani tra i tuoi capelli.

A settembre, mi sono guardata intorno. Ho provato a cercarti, non ti vedo da un po’… Chissà se sei rientrato dalle vacanze. Dove sei? Dove sei? Dove sei?

Non la conoscevo questa conca. Mi piace molto ed è stranamente vuota, per essere luglio. Facciamo un bagno e poi aspettiamo il tramonto? Ho preparato un cous cous alle verdure, ma non temere: ho anche delle birre.

“Quello lì, quello con la pietra nera”. Non ho avuto alcun momento di esitazione. Per Natale ti comprerò un anello, uno di quelli etnici che ti piacciono tanto e che mi ti fanno piacere parecchio. È fatto per te, è proprio fatto per te. A dicembre ti regalerò un anello che mi ricorda un altro anello che hai indossato una volta sola e poi mai più. E no, non dirò nulla su quanto è magica l’atmosfera di Natale, su quanto sarebbe tenero camminare mano nella mano con te nelle vie del borgo antico e stringerci per il freddo e darci i baci sui nasi congelati, sulla poesia commovente che ti ho scritto per fine anno, su quello che si fa a fine anno come augurio per rifarlo tutto l’anno, su quanto è senza senso ma assurdamente comico fare inutili e immense file nei negozi il 24 e su quanto amerei fare questa e altre cose senza senso, insieme a te. Ogni giorno di dicembre. Ogni giorno dell’anno. Ogni anno. Per sempre.

Fa ancora caldo, ma non si suda. Com’è piacevole il mare ad ottobre, c’è un venticello leggero. I tuoi occhi sono così luminosi. C’è mare. Vedo il mare ovunque.

Ad aprile guardiamo i voli per posti esotici in cui non andremo mai. Che ne pensi del Perù? Oppure cambiamo genere: Vienna. Mare? Andiamo in Costa azzurra! Dai, magari un week end in Salento.

A gennaio ti ho incontrato a un concerto. Lo sapevo che avresti apprezzato questo artista. Sei seduto due file più avanti. Girati. Ti prego, girati. Questa potrebbe essere la nostra canzone. Girati, adesso. Guardami.

Un trullo. Io e te, davanti al camino con il vino, a leggerci poesie maledette di Baudelaire, o di Borges e, certo, anche di Montale. Lo chiamano marzo pazzerello, ma non sanno quanto è bello.

È tutta nostra la città ad agosto. No, non mi annoio affatto. È come dice la canzone: questo deserto lo conosciamo e ci piace moltissimo. È tutto per noi. Noi siamo tutti per noi, solo per noi. “Vivemus atque amemus”!

Te ne sei ricordato, vero? Ma no, non voglio un regalo. Vorrei capire se te ne sei ricordato. Giugno, ti dice qualcosa? Ti offro qualcosa da bere, voglio solo festeggiare con te. (Comunque un regalino…)

 

 

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Cin cin, il monologo

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Illustrazione di Giuseppe Fanelli

Io non so nulla del mondo. Non conosco la storia e non m’intendo di politica.

La musica? Ne ascolto parecchia, senza distinguerla.

La cucina mi interessa poco e lo sport, oh per carità!

Io non so nulla del mondo, ma se c’è qualcosa che conosco, ecco: sono gli umani.

Grandi, bambini, femmine e maschi. Colori, capelli, tono di voce.

So tutto di loro.

Il nostro è un incontro breve, ma intenso. Sono un tipo dolce, delicato, ma so essere anche molto frizzante! Insomma sono uno che piace un po’ a tutti. Cerco di non scontentare nessuno, anche se a volte qualcuno sembra chiedermi troppo. E si attacca, oh quanto si attacca!

La mia grande abilità si manifesta nel tempo di un respiro: in meno di un minuto ascolto segreti, raccolgo desideri, riconosco paure e amori.

Ah, gli umani! Alcuni mi abbracciano, mi stringono; altri mi guardano più timidi. Sì, ci sono anche quelli che mi cospargono di lacrime. Le versano, le riversano, mi versano!

In alcuni giorni, la mia vita è molto movimentata. Mi piace, tuttavia! Il rumore squillante che fa, le risate, le belle parole. E gli applausi. Ce ne sono spesso.

Quanto vivo? Molto poco, ve l’ho detto. Il tempo breve di un “cin cin”.

Cosa ci guadagno?

La speranza. Non è forse quella che tiene in vita tutti?

Sì tutti. Anche un brindisi come me.

 

Fino alla fine della corsa

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A volte mi sento frastornata e vorrei fermarmi. Vorrei che tutta l’umanità si fermasse un minuto. Solo un minuto a guardare.
A guardarsi.
A guardare se stessa, nei suoi tentativi così arroganti, e a volte ridicoli, di prevaricare sugli altri. Nel traffico, nella coda alla cassa del supermercato, perfino nella sala d’attesa del dentista. Perché noi abbiamo più fretta, più urgenza.
Vorrei che l’umanità di fermasse ad ascoltare il rumore dell’odio che passa attraverso le parole, la voce che usiamo per farci sentire più forte, i gesti. Perché la nostra opinione è più giusta, più opportuna, più vera. Ed è sempre indispensabile.


Ma le parole sono importanti. Perché lo abbiamo dimenticato? Come abbiamo fatto? La civiltà, fin dalle sue origini, ha saputo dare valore alle parole e ce le ha tramandate nei secoli. Noi, invece, le abbiamo trasformate in etichette, con cui categorizziamo e assembliamo le cose e le persone. Ormai indistintamente. I giovani, i migranti, ecc.
Come se tra quei giovani non ci fosse Angela che ama la musica e le poesie, e ha tanti difetti: per esempio è un po’ permalosa. E poi ci sono Roberto, Francesca, Luca. E tra i migranti c’è Mohammed, che da grande voleva fare il medico. Non è un numero identificativo. E’ una persona, con la sua storia, i suoi sogni.


La bellezza c’è, ne sono convinta. E’ proprio qui da qualche parte. E cerca di insinuarsi con fatica tra le nostre fragilità, le nostre profonde solitudini. La bellezza c’è, nonostante quel senso nauseante di noia e atarassia, derivante dalla velocità delle immagini e delle esperienze, dall’annullamento dell’attesa e della gradualità. C’è, nonostante quella stupida convinzione tutta umana di vivere da soli, di usare la solitudine non come momento di conoscenza interiore, ma come scudo verso l’altro.


E’ un po’ quello che scriveva Cesare Pavese, in una maniera sublime che non voglio parafrasare: «Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri».


Comunicare – altri. Ecco un ossimoro tutto nuovo e tutto moderno. Nella società della comunicazione, delle campagne, dei nuovi media, siamo davvero capaci di comunicare, cioè di entrare in contatto con gli altri?


A volte mi sento frastornata e vorrei arrendermi, annullare i pensieri, spegnere il cuore. Vorrei sorridere e commentare l’ultima puntata di Nonsoché, perché così è facile, così va bene e così si esce dal vortice delle emozioni e delle domande e della curiosità di guardare cosa c’è dopo. Cosa può esserci ancora, dopo le cadute, le delusioni, l’abbandono.


Ma proprio non ci riesco. Fosse anche la mia ultima convinzione, me la porterò fino alla fine della corsa. Da soli non siamo nulla, e mai lo saremo.

“Ci vediamo lungo la strada”

Non importa che la nostra vita sia lunga, fortunata, piena di successi.

Ciò che conta è che ognuno di noi dia un senso alla propria vita, rendendola irripetibile. Cioè unica.

Questo senso è l’amore. Solo l’amore, che è in sé condivisione, intimità, lungimiranza.

L’amore è vita, sempre. E per sempre resta in vita.

L’amore, semplicemente, è immortale.

E questo non è un delirio romantico, ma la convinzione che stiamo perdendo l’occasione di amarci. Ci stiamo chiudendo nel nostro egocentrismo, nelle nostre realtà parallele e virtuali.

E invece dovremmo amarci. Solamente amarci.

Così il visionario Leonard Cohen, qualche tempo fa, all’amore della sua vita: «Ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non serve che io ti dica di più poichè lo sai già. Adesso, voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore infinito. Ci vediamo lungo la strada».

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